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29 giugno 2015

Δημοκρατί, la democrazia di Alexīs

Sono lontanissima dalle sue idee politiche e ritengo che abbia compiuto enormi errori. 
So che ha vinto le elezioni greche facendo promesse irrealizzabili, ma Alexīs Tsipras sabato ha compiuto un atto che giudico importante. 
Ha mandato una lettera al suo popolo cercando di spiegare la situazione drammatica, proponendo un referendum sulla decisione da prendere e il risultato del voto fissato per il 5 luglio, se non sarà troppo tardi, sarà la linea che Tsipras terrà in Europa.

E questa sera ha parlato con il popolo con un video-messaggio (lo trovate al fondo di questo post con la traduzione) 
Il premier greco chiede ai cittadini di votare "no" a un nuovo piano di Bruxelles, ma il "sì" è avanti nei sondaggi. La Bce conferma intanto il livello attuale di liquidità d'emergenza per le banche greche, mentre la Banca centrale di Atene assicura che "prenderà tutte le misure necessarie per assicurare la stabilità finanziaria per i cittadini greci". 
Mario Draghi dice: "Continueremo a lavorare da vicino con la Banca di Grecia e sosteniamo con fermezza l'impegno degli Stati membri di promettere di agire per affrontare le fragilità delle economie della zona euro"
E Varoufakis pensa alla possibilità di controlli sui capitali.
Insomma la situazione è bollente, ma, ripeto il gesto orgoglioso di Tsipras dimostra un insolito coraggio e una determinazione notevole che mi hanno riportata nell'antica Gracia. 
Vi allego la lettera del Premier
«Greche e greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.
 In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.
Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi  e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.
La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.
Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.
Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.
Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.
Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.
Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.
 Greche e greci,
a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza  prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.
La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.
E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.
E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.
In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola. 
Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo».
Alexis Tsipras


Il nostro unico timore è la paura.
«La decisione di ieri dell’Eurogruppo  di non prolungare per pochi giorni il programma di aiuti è un fatto inaudito per l’Europa e determinato a impedire il diritto di un popolo sovrano a compiere una scelta democratica, il diritto sacro di esprimere la sua opinione.
Questa decisione ha comportato il fatto che la Banca Centrale Europea non ha aumentato la liquidità delle banche greche, e ha avuto come conseguenza immediata la sospensione delle attività bancarie da parte della Banca di Grecia e la riduzione della disponibilità per le operazioni bancarie.
È più che evidente che questa decisione non ha altri obiettivi che ricattare la volontà del popolo greco e impedire il regolare svolgimento del Referendum. Ma non ci riusciranno.
Queste loro azioni avranno risultati opposti alle loro intenzioni. Daranno maggior forza al popolo greco che con caparbietà rifiuterà le inaccettabili proposte e gli ultimatum dei creditori. Una cosa rimane sicura, il rifiuto del prolungamento per pochi giorni del piano di aiuti e il tentativo di negare una solenne espressione di democrazia è un’azione offensiva e una vergogna per la tradizione democratica europea.
Per questa ragione ho mandato oggi una nuova domanda per un prolungamento di pochi giorni al presidente del Consiglio Europeo e ai diciotto Capi di Stato della zona euro, oltre che ai presidenti della Banca Europea, della Commissione e del Parlamento Europeo. Aspetto la loro immediata reazione a questa richiesta di elementare democrazia. Sono i soli che possono al più presto, anche stasera, ribaltare la decisione dell’Eurogruppo e dare la possibilità alla Banca Centrale Europea di garantire il flusso di liquidità alle banche greche.
In ogni caso ciò di cui abbiamo bisogno nei prossimi giorni sono la serenità e la pazienza. I depositi delle banche greche sono assolutamente garantiti, ed egualmente sono garantiti gli stipendi e le pensioni. 
Le eventuali difficoltà che si potranno presentare, devono essere affrontate con fermezza e risolutezza.
Se riusciremo ad affrontarle con sangue freddo, usciremo al più presto da questa difficile situazione e con meno drammatiche conseguenze.
Oggi abbiamo l’occasione di dimostrare a noi stessi e all’Europa che il giusto può vincere. E abbiamo l’opportunità di mandare all’Europa e a tutto il mondo un messaggio di speranza e di dignità.
Dovete ricordare che in momenti critici come questi tutti ci misuriamo con la nostra storia, l’unica cosa di cui dobbiamo avere timore è la paura stessa. Ma non le permetteremo di sconfiggerci, ce la faremo: davanti ai ricatti e all’ingiustizia manderemo un messaggio di speranza e di fierezza a tutta l’Europa».





Da fascinointellettuali.larionews 
Lettera integrale e video tradotti da Aurelio Lentini e Amalia Kolonia

26 aprile 2015

25 APRILE: MI DISPIACE, COSì NON "RESITO"...

Di seguito vi propongo il commento comparso oggi su Libero a firma di Giampaolo Pansa che argomenta in modo impeccabile sulla Resistenza.
Le parole di Pansa sono perfette e riportano esattamente l'atmosfera e i fatti del dopo guerra, un momento di grande crudezza e confusione. I Partigiani non furono tutti eroi e non ci liberarono. Senza gli "alleati",  l'Italia forse sarebbe ancora monarchica... Il risultato lo conosciamo tutti, giovani ragazzi torturati, imprigionati e morti da ambo le parti. Un periodo storico terribile e devastante.
Molti sono i racconti ascoltati in famiglia e da chi ha vissuto quei momenti e voglio ancora una volta ricordare tutti quegli uomini fedeli all'Italia e al loro Re che diedero la vita, volontariamente dimenticati dietro ad un muro di odio e d'ingiustizia storica, che mi fa ribrezzo. 



Ragazzi e uomini che non volevano regalare l'Italia all'Unione Sovietica ed al comunismo. Volevano la libertà ed erano militari cattolici e anticomunisti.
Per troppo tempo sono stati dimenticati ed ancor peggio denigrati, eppure hanno dato la vita per la Patria. 
Con quel tipico sguardo fiero e malinconico che oggi non ritrovo negli occhi dei giovani, loro hanno raggiunto con coraggio quell'angolo di cielo riservato ai martiri ed agli eroi. 
Grazie alla memoria di alcuni ed alla penna di scrittori come Pansa, quegli uomini e quei ragazzi non saranno lasciati soli.
Dedico questa giornata a loro.




Pansa: tutte le falsità sulla Resistenza

Gli anniversari dovrebbero essere aboliti. Soprattutto quando celebrano un evento politico che si presta a una giostra di opinioni non condivise. Accade così per il settantesimo del 25 aprile 1945, la festa della Liberazione.  Una cerimonia che suscita ancora contrasti, giudizi incattiviti e tanta retorica. A volte un mare di retorica, uno tsunami strapieno anche di bugie e di omissioni dettate dall' opportunismo politico. Per rendersene conto basta sfogliare i quotidiani e i settimanali di questa fine di aprile. È da decenni che studio e scrivo della nostra guerra civile. Ma non avevo mai visto il serraglio di oggi. Una fiera dove tutto si confonde. Dove imperano le menzogne, le reticenze, le pagliacciate, le caricature. È vero che siamo una nazione in declino e che ha perso la dignità di se stessa. Però il troppo è troppo.
Per non essere soffocato dalla cianfrusaglia, adesso proverò a rammentare qualche verità impossibile da scordare. La prima è che la guerra civile conclusa nel 1945, ma con molte code sanguinose sino al 1948, fu un conflitto fra due minoranze. Erano pochi i giovani che scelsero di fare i partigiani e i giovani che decisero di combattere l' ultima battaglia di Mussolini. Il «popolo in lotta» tanto vantato da Luigi Longo, leader delle Garibaldi, non è mai esistito. A perdere furono i ragazzi di Salò, i figli dell' Aquila repubblicana. Ma a vincere non furono quelli che avevano preso la strada opposta. L' Italia non venne liberata da loro. Se il fascismo fu sconfitto lo dobbiamo ad altri giovani che non sapevano quasi nulla di un Paese che dal 1922 aveva obbedito al Duce e l' aveva seguito in una guerra sbagliata, combattuta su troppi fronti. La vittoria e la libertà ci vennero donate dalle migliaia di ragazzi americani, inglesi, francesi, canadesi, australiani, brasiliani, neozelandesi, persino indiani, caduti sul fronte italiano. E dai militari della Brigata Ebraica, che oggi una sinistra ottusa vorrebbe escludere dalla festa del 25 aprile.
Gli stranieri e gli italiani si trovarono alle prese con una guerra civile segnata da una ferocia senza limiti. Qualcuno ha scritto che la guerra civile è una malattia mentale che obbliga a combattere contro se stessi. E svela l' animo bestiale degli esseri umani. Tutti gli attori di quella tragedia potevano cadere in un abisso infernale. Molti lo hanno evitato. Molti no. Eccidi, torture, violenze indicibili non sono stati compiuti soltanto dai nazisti e dai fascisti. Anche i partigiani si sono rivelati diavoli in terra. 
In un libro di memorie scritto da un comandante garibaldino e pubblicato dall' Istituto per la storia della Resistenza di Vercelli, ho trovato la descrizione di un delitto da film horror. Una banda comunista, stanziata in Valsesia, aveva catturato due ragazze fasciste, forse ausiliarie. E le giustiziò infilando nella loro vagina due bombe a mano, poi fatte esplodere.
La ferocia insita nell' animo umano era accentuata dalla faziosità ideologica. La grande maggioranza delle bande partigiane apparteneva alle Garibaldi, la struttura creata dal Pci e comandata da Longo e da Pietro Secchia. È una verità consolidata che tra le opzioni del partito di Palmiro Togliatti ci fosse anche quella della svolta rivoluzionaria. Dopo la Liberazione sarebbe iniziata un' altra guerra. Con l' obiettivo di fare dell' Italia l' Ungheria del Mediterraneo, un Paese satellite dell' Unione Sovietica.
I comunisti potevano essere più carogne dei fascisti e dei nazisti? No, perché chi imbraccia un' arma per affermare un progetto totalitario, nero o rosso che sia, è sempre pronto a tutto. Ma esiste un fatto difficile da smentire: le stragi interne alla Resistenza, partigiani che uccidono altri partigiani, sono tutte opera di mandanti ed esecutori legati al Pci.
La strage più nota è quella di Porzûs, sul confine orientale, a 18 chilometri da Udine. Nel pomeriggio del 7 febbraio 1945, un centinaio di garibaldini assalgono il comando della Osoppo, una formazione di militari, cattolici, monarchici, uomini legati al Partito d' Azione e ragazzi apolitici. Quattro partigiani e una ragazza vengono soppressi subito. Altri sedici sono catturati e tutti, tranne due che passano con la Garibaldi, saranno ammazzati dall' 8 al 14 febbraio. Un assassinio al rallentatore che diventa una forma di tortura.
In totale, 19 vittime.
La strage ha un responsabile: Mario Toffanin, detto "Giacca", 32 anni, già operaio nei cantieri navali di Monfalcone, un guerrigliero brutale e un comunista di marmo. Ha due idoli: Stalin e il maresciallo Tito. Considera la guerriglia spietata il primo passo della rivoluzione proletaria. Ma l' assalto e la strage gli erano stati suggeriti da un dirigente della Federazione del Pci di Udine. Di lui si conosce il nome e l' estremismo da ultrà che gioca con le vite degli altri.
È quasi inutile rievocare le imprese di Franco Moranino, "Gemisto", il ras comunista del Biellese. Un sanguinario che arrivò a uccidere i membri di una missione alleata. E poi fece sopprimere le mogli di due di loro, poiché sospettavano che i mariti non fossero mai giunti in Svizzera, come sosteneva "Gemisto". Il Pci di Togliatti difese sempre Moranino e lo portò per due volte a Montecitorio e una al Senato. Anche lui come "Giacca" morì nel suo letto.
Tra le imprese criminali dei partigiani rossi è famoso il campo di concentramento di Bogli, una frazione di Ottone, in provincia di Piacenza, a mille metri di altezza sull' Appennino. Dipendeva dal comando della Sesta Zona ligure ed era stato affidato a un garibaldino che oggi definiremmo un serial killer. Tra l' estate e l' autunno del 1944 qui vennero torturati e uccisi molti prigionieri fascisti. Le donne venivano stuprate e poi ammazzate. Soltanto qualcuno sfuggì alla morte e dopo la fine della guerra raccontò i sadismi sofferti.
A volte erano dirigenti rossi di prima fila a decidere delitti eccellenti. Le vittime avevano comandato formazioni garibaldine, ma si rifiutavano di obbedire ai commissari politici comunisti. Di solito questi crimini venivano mascherati da eventi banali o da episodi di guerriglia.
Uno di questi comandanti, Franco Anselmi, "Marco", il pioniere della Resistenza sull' Appennino tortonese, dopo una serie di traversie dovute ai contrasti con esponenti del Pci, fu costretto ad andarsene nell' Oltrepò pavese.
Morì l' ultimo giorno di guerra, il 26 aprile 1945, a Casteggio per una raffica sparata non si seppe mai da chi.
Negli anni Sessanta, andai a lavorare al Giorno, diretto da Italo Pietra che era stato il comandante partigiano dell' Oltrepò. Sapeva tutto del Pci combattente, della sua doppiezza, dei suoi misteri.
Quando gli chiesi della fine di Anselmi, mi regalò un' occhiata ironica. E disse: «Vuoi un consiglio? Non domandarti nulla. Anselmi è morto da vent' anni. Lasciamolo riposare in pace».
Un' altra fine carica di mistero fu quella di Aldo Gastaldi, "Bisagno", il numero uno dei partigiani in Liguria. Era stato uno dei primi a darsi alla macchia nell' ottobre 1943, a 22 anni. Cattolico, sembrava un ragazzo dell' oratorio con il mitragliatore a tracolla, coraggioso e altruista. Divenne il comandante della III Divisione Garibaldi Cichero, la più forte nella regione. Era sempre guardato a vista dalla rete dei commissari comunisti della sua zona.
Nel febbraio 1945, il Pci cercò di togliergli il comando della Cichero, ma non ci riuscì. Alla fine di marzo Bisagno chiese al comando generale del Corpo volontari della libertà di abolire la figura del commissario politico. E quando Genova venne liberata, cercò di opporsi alle mattanze indiscriminate dei fascisti.
Non trascorse neppure un mese e il 21 maggio 1945 Bisagno morì in un incidente stradale dai tanti lati oscuri. In settembre avrebbe compiuto 24 anni. Ancora oggi a Genova molti ritengono che sia stato vittima di un delitto. Sulla sua fine esiste una sola certezza.
Con lui spariva l' unico comandante partigiano in grado di fermare in Liguria un' insurrezione comunista diretta a conquistare il potere. Scommetto mille euro che nessuno dei due verrà ricordato nelle cerimonie previste un po' dovunque. Al loro posto si farà un gran parlare delle cosiddette Repubbliche partigiane. Erano territori conquistati per un tempo breve dai partigiani e presto perduti sotto l' offensiva dei tedeschi. Le più note sono quelle di Montefiorino, dell' Ossola e di Alba.
Nel 1944, Montefiorino, in provincia di Modena, contava novemila abitanti. Con i quattro comuni confinanti si arrivava a trentamila persone. L' area venne abbandonata dai tedeschi e i partigiani delle Garibaldi vi entrarono il 17 giugno. La repubblica durò sino al 31 luglio, appena 45 giorni. Fu un trionfo di bandiere rosse, con decine di scritte murali che inneggiavano a Stalin e all' Unione Sovietica.
Vi dominava l' indisciplina più totale. Al vertice c' era il Commissariato politico, composto soltanto da comunisti. Il caos ebbe anche un lato oscuro: le carceri per i fascisti, le torture, le esecuzioni di militari repubblicani e di civili.
Ma nessuno si preoccupava di difendere la repubblica. Infatti i tedeschi la riconquistarono con facilità.
La repubblica dell' Ossola nacque e morì nel giro di 33 giorni, fra il settembre e l' ottobre del 1944. Era una zona bianca, presidiata da partigiani autonomi o cattolici. E incontrò subito l' ostilità delle formazioni rosse. Cino Moscatelli, il più famoso dei comandanti comunisti, scrisse beffardo: «A Domodossola c' è un sacco di brava gente appena arrivata dalla Svizzera che ora vuole creare per forza un governino pur di essere loro stessi dei ministrini».
La repubblica di Alba venne descritta così dal grande Beppe Fenoglio, partigiano autonomo: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre 1944». Durata dell' esperimento: 23 giorni, conclusi da una fuga generale. Sentiamo ancora Fenoglio: «Fu la più selvaggia parata della storia moderna: soltanto di divise ce n' era per cento carnevali. Fece impressione quel partigiano semplice che passò rivestito dell' uniforme di gala di colonnello d' artiglieria, con intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri...».
In realtà la guerra civile fu di sangue e di fuoco. Con migliaia di morti da una parte e dall' altra. Dopo il 25 aprile ebbe inizio un' altra epoca altrettanto feroce. L' ho descritta nel libro che mi rende più orgoglioso fra i tanti che ho pubblicato: Il sangue dei vinti. Stampato da un editore senza paura: la Sperling e Kupfer di Tiziano Barbieri. Un buon lavoro professionale. Dal 2003 a oggi, nessuna smentita, nessuna querela, ventimila lettere di consenso, una diffusione record. Ma le tante sinistre andarono in tilt. E diedero fuori di matto.
Più lettori conquistavo, più venivo linciato sulla carta stampata, alla radio, in tivù. Mi piace ricordare l' accusa più ridicola: l' aver scritto quel libro per compiacere Silvio Berlusconi e ottenere dal Cavaliere la direzione del Corriere della Sera. Potrei mettere insieme un altro libro per raccontare quello che mi successe. Qui preferisco ricordare i più accaniti tra i miei detrattori: Giorgio Bocca, Sandro Curzi, Angelo d' Orsi, Sergio Luzzatto, Giovanni De Luna, Furio Colombo, qualche firma dell' Unità, varie eccellenze dell' Anpi, del Pci e di Rifondazione comunista.
Tutti erano mossi dalle ragioni più diverse. Se ci ripenso sorrido.
La meno grottesca riguarda l' ambiente legato al vecchio Pci. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la svolta di Achille Occhetto nel 1989, gli restava poco da mordere.
Si sono aggrappati alla Resistenza.
E hanno inventato uno slogan. Dice: la Resistenza è stata comunista, dunque chi offende il Pci offende la Resistenza. Oppure: chi offende la Resistenza offende il Pci e gli eredi delle Botteghe oscure.
Ecco un' altra delle menzogne spacciate ogni 25 aprile. Insieme alla bugia delle bugie, quella che dice: le grandi città dell' Italia del nord insorsero contro i tedeschi e li sconfissero anche nell' ultima battaglia. Non è vero. La Wehrmacht se ne andò da sola, tentando di arrivare in Germania. In casa nostra non ci fu nessuna Varsavia, la capitale polacca che si ribellò a Hitler tra l' agosto e il settembre 1944. E divenne un cumulo di macerie. In Italia le uniche macerie furono quelle causate dai bombardamenti degli aerei alleati.
Che cosa resta di tutto questo?
Di certo il rispetto per i caduti su entrambe le parti. Ma anche qualcos' altro. Quando viaggio in auto per l' Italia, rimango sempre stupito dalla solitaria immensità del paesaggio. Anche nel 2015 presenta grandi spazi vuoti, territori intatti, mai violati dal cemento.
È allora che ripenso ai pochi partigiani veri e ai figli dell' Aquila fascista. E mi domando se avrei avuto il loro stesso coraggio se fossi stato un giovane di vent' anni e non un bambino. Si gettavano alle spalle tutto, la famiglia, gli studi, l' amore di una ragazza, per entrare in un mondo alieno, feroce e sconosciuto. Erano formiche senza paura e pronte a morire. L' Italia di oggi merita ancora quei figli, rossi, neri, bianchi? Ritengo di no.

31 gennaio 2015

VATTI A FIDARE DEL BOY SCOUT ...

Ormai non mi resta che sperare ci sia chissà quale accordo tra il Cavaliere e il boy scout, altrimenti non riuscirei a comprendere come un uomo intelligente e arguto come Berlusconi sia stato così ingenuo. Fidarsi di un ragazzo arrivista e sfrontato che con un tweet ha spazzato via il suo amico e collega Letta, credere alle parole di un giovane abile ma superficiale che alzando le spalle risolve i problemi del Paese è impossibile e chi vi scrive aveva più volte segnalato numerosi dubbi.

Berlusconi pensava che il nuovo Presidente potesse ridargli l’agibilità politica, in cambio della totale collaborazione al varo delle modifiche elettorali e costituzionali? Era convinto che Renzi l’avrebbe aiutato? Non poteva essere così e così non sarà. La sua illusione, durata 12 mesi, è svanita all’alba del 29 Gennaio 2015.


Berlusconi ha creduto ad un ragazzetto un po' bullo che tra un sorriso e una battuta ha tentato il poker: governo, riforme, pasticciate ma utili a consolidare il suo potere, annientamento politico di Berlusconi, un signor “nessuno” al Colle. Così ha gettato sul tavolo la carta Mattarella, per compattare PD ed ex Popolari. La Bindi piange commossa perché intravvede all'orizzonte il sole dei cattocomunisti che sorge, i vari Cuperlo e Civati si sentono considerati e quelli di Sel si ringalluzziscono perché possono partecipare a qualche decisione... L'elezione di Mattarella, un uomo modesto esponente della primissima Repubblica, un uomo di secondo piano della Dc ma che non ha fatto altro che politica nella sua vita, un uomo sconosciuto in Italia e all'estero, un uomo con qualche chiacchiera di mazzette alle spalle, un uomo che ha detto qualche bugia sull'uranio impoverito che è costata qualche vita umana, un uomo che non è solo ostile a Berlusconi e al suo partito, ma anche alle sue aziende ovvero a quanto sta più a cuore al Cavaliere.

State certi che se Mattarella sarà eletto, dal Quirinale verrà sollecitata una legge sul conflitto d’interessi con la minaccia di togliere le concessioni a Mediaset. Anche soltanto come ricatto, per far tacere Berlusconi.

E comunque state certi che nessuno, oltre Berlusconi, si accorgerà della presenza di Mattarella al Colle.



Ed ora che fare? 

Votare Mattarella? Per Forza Italia credo sia impossibile.

Scheda Bianca? Una tristezza.

Non votare? A che servirebbe...

Compattarsi con Lega, Fratelli d'Italia (che ora dovrebbero ringraziare Feltri e giocare un'altra carta) gli altri partitini dell'area di centro- centrodestra, qualche transfugo del centrosinistra o qualche personaggio che voglia far prendere una facciata a Renzi (ce ne sono...), qualche ex grillino incerto e l'Ncd, (ma davvero Alfano ha dichiarato che voteranno Mattarella??!) e votare un nome serio e credibile di livello elevato, nemmeno confrontabile con il cattocomunista di antica memoria. Un uomo come Cottarelli, che tra l'altro farebbe venire l'itterizia a Renzi e metterebbe in seria crisi mezzo Parlamento nel dover dire no!


So che è una battaglia praticamente impossibile, ma il boy scout che non conosce la vergogna, merita una lezione perché ciò che oggi appare ad alcuni un "capolavoro politico", in realtà potrebbe nascondere delle debolezze eclatanti e potenzialmente fatali per il futuro dell’esecutivo e della stessa legislatura.

04 gennaio 2015

PECCATO, NON CREDO IN RENZI ...

Molti ancora ci credono e ritengo siano davvero gli irriducibili, perché il nostro Premier mi delude sempre più di giorno in giorno e non riesco a comprendere cosa gli ottimisti riescano ad intravvedere in lui.
Per ora il giovane Renzi si dà un gran daffare per mostrarsi molto sicuro di sé. 
Brillante e spiritoso, spesso infastidito dalle critiche che per lui non sono mai costruttive, e che gli fanno perdere tempo. 
Fare però il bullo con gli hashtag non è certo sufficiente per risolvere i problemi veri del Paese. 



Le scelte politiche del Premier, poi, fanno riflettere sulla sua effettiva volontà di cambiamento. 

Leggendo i dati macroeconomici si comincia a capire che i suoi risultati siano addirittura peggiori di quelli dei Governi precedenti: i disoccupati aumentano, i votanti diminuiscono. 

I poveri sono più poveri. Aumentano però le categorie: gli impiegati pubblici, la classe media e molti artigiani, commercianti e professionisti che sono sempre più in difficoltà economiche e non vedono il futuro.
E lui? Sorride, dice frasi ad effetto (!) e non risponde nel merito.

Temo ed ho sempre temuto che l'uomo non abbia idee nuove. Non abbia una linea guida seria e approfondita. Non è uno statista.
Si dice che Rutelli sia stato suo maestro, infatti lo ricorda molto nella loquela, poche idee raccontate con brillante intelligenza e arguzia. Rutelli parlando di Renzi ha detto: «Un’ambizione eccezionale. Una determinazione assoluta. Il suo obiettivo, non dichiarato ma praticato senza scrupoli, è di smantellare la vecchia sinistra in Italia. Il suo disegno è chiaro dal 2009, quando conseguì la prima vittoria battendo Lapo Pistelli e vari candidati di una sinistra divisa alle primarie per il candidato sindaco di Firenze. E poi ha vinto su tutta la linea: primarie del Pd, sostituzione di Letta. Oggi domina in campo libero» e, circa il loro rapporto : «Come diceva Indro Montanelli, la riconoscenza è quel breve sentimento che intercorre tra il soddisfacimento di una richiesta e quella successiva». Riesco persino a preferirgli Rutelli che almeno non mi dà la spiacevole sensazione di essere presa in giro...

Credo che Renzi non sappia nemmeno che il benessere individuale dipende dalla salute delle relazioni sociali, che si basa sulla libertà di scelta, sull'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e la solidarietà per la realizzazione di un progetto di benessere comune e quindi della qualità percepita della vita.  Non lo sa o se ne frega.
Ha cercato di fare alcune riforme (più annunciate che reali) e il 2015 ci dirà quanto i cittadini Italiani accolgano questi esili cambiamenti: in una Italia in cui cresce sempre più "l'infedeltà del consenso", il rischio di passare dal 41% alla valle delle lacrime, il passo è veloce e breve.
Gli Italiani sono stanchi, molto stanchi di parole inutili. Sono certa che preferirebbero meno frasi studiate per "épater le bourgeois" e più frasi sincere, anche crude, ma realistiche.

Ci vuole attenzione maggiore all'occupazione, al lavoro, e non solo al Sud. Ci vogliono interventi forti per superare la crisi economica, e sul fisco, con una drastica riduzione della pressione fiscale.
Ci vuole attenzione spasmodica per la fruizione della cultura in tutte le sue forme, ci vuole una cura reale per il turismo. 
Bisogna far crescere l'artigianato di qualità e l'agricoltura con fondi dedicati perché cercare il rilancio solo sulle grandi imprese e sul tessuto produttivo oggi potrebbe non portare i risultati auspicati. 
Si devono ascoltare i giovani, i sessantenni che sono una preziosa risorsa, le donne.
Ci vuole una guida seria e dura che ami la nostra Nazione.

Basta sciocchezze, banalità, superficialità. Basta bugie, nascondimenti, buffonate.

Vogliamo un'Italia orgogliosa, snella, sincera e adulta.







21 dicembre 2014

LA NEMESI DI SILVIO

Chi scrive è colei che sette anni fa scrisse una lettera in risposta alla più nota missiva della signora Lario che dipingeva colui che in seguito diventò il suo ex marito, come un malato bisognoso di cure, un drago cui si offrivano le "vergini" o un imperatore cui tutto era permesso.

Nella mia lettera, che gentilmente il direttore Feltri volle riportare in prima pagina sul suo giornale, descrivevo il Berlusconi che ho conosciuto e frequentato per motivi politici dal 1994. Un uomo intelligente e serio, un uomo preparato e di intuito assoluto, un uomo simpatico e ironico. 
Un uomo che sa perfettamente distinguere le donne da rispettare da quelle con cui ci si può "divertire".
Certo un uomo abituato a guidare i suoi uomini che non ama essere contraddetto, ma che molto spesso ha ragione.

Molte cose sono successe dopo quelle lettere, il mio affetto per Silvio Berlusconi resta immutato, ma ho ritenuto opportuno allontanarmi dal partito e da quel mondo, perché troppe sono state le delusioni e infiniti gli errori.

Leggevo oggi su Affaritaliani  un articolo per la presentazione del libro "Il trucco" che senza dubbio è molto duro con Berlusconi ed i suoi errori legati al modo femminile e lo propongo a chi mi legge, in attesa di commenti ... 

Altro che crisi e inchieste, le donne hanno fatto cadere Berlusconi

È stata la parola femminile (Veronica Lario, Patrizia D’Addario) ad aprire una crepa nel regime berlusconiano e non lo spread o la debacle giudiziaria. A innescare il declino di Silvio non è stato propriamente e banalmente il sexgate, bensì lo svelamento di un sistema organico di scambio fra sesso, potere e denaro su cui Berlusconi ha fondato la propria governabilità. E' la tesi esposta da Ida Dominijanni nel libro Il Trucco (edizioni Ediesse), libro che, a detta dell'autrice, non vuole essere un’analisi del berlusconismo nel suo complesso ma un approfondimento di alcuni elementi che sono rimasti ai margini del dibattito mainstream. Elementi che troppo spesso sono stati derubricati a fatti privati o giudicati da un moralismo castigatore che non ha invece colto il senso più profondo della questione. Una questione morale e giudiziaria? No. Politica.  

L’assoluzione di Silvio Berlusconi al processo d’appello sul Ruby-gate non chiude ma riapre il problema del giudizio politico sul suo 'regime del godimento' e sui segni che esso lascia nell’immaginario collettivo, nel discorso pubblico, nell’esercizio della leadership. Contro la riduzione ricorrente del cosiddetto sexgate a fatto di colore o episodio criminale, questo libro lo considera il momento rivelatore del trucco costitutivo del berlusconismo e l’evento decisivo del suo tramonto. Facendo la spola fra cronaca e filosofia e smarcandosi dagli schieramenti politici e culturali mainstream, l’autrice rilancia alcuni nodi del dibattito attorno agli «scandali sessuali» troppo rapidamente archiviati, ma tuttora sul campo: la concezione della libertà in tempi di governamentalità neoliberale; il rapporto fra privato e pubblico e fra penale, morale e politica alla fine del paradigma politico moderno; le trasformazioni del rapporto fra i sessi e della scommessa femminista in una società post-patriarcale; le variazioni del populismo in una sfera pubblica mediatizzata; la crisi della sovranità in epoca di 'evaporazione del padre'.

"Quella che faccio ne Il Trucco è un'analisi del berlusconismo a partire da alcune riflessioni sulla sessualità". Spiega l'autrice nell'intervista esclusiva di Affaritaliani.it. Il titolo allude proprio alla falsa (ma veicolata dai media) immagine di potenza di Silvio, personaggio debole, invece, sia come uomo che come politico".

Su quale misunderstanding si è basata l'interpretazione corrente del berlusconismo?
"Non si è trattato di un ritorno ai sistemi patriarcali come è stato sempre fatto intendere, ma di un tentativo di far regredire i ruoli sessuali ai tempi del pre-femminismo. Peccato che, grazie alla parola di alcune donne che l'hanno 'denunciato', il tentativo sia fallito. Valorizzo molto il ruolo di queste donne, soprattutto quelle che l'hanno denunciato dall'interno, rompendo un sistema di complicità e silenzio".
Quali donne in primis?
"Veronica e, poi, Patrizia D'Addario. Hanno rotto l'anello che teneva insieme il tutto. Patrizia D'addario non è una donna da mitizzare in assoluto, ma col suo colpo ha addirittura cambiato le sorti del Paese".
Che conclusioni vanno tratte da quanto successo?
"Il messaggio che deve arrivare da queste vicende non deve essere di debolezza, bensì di forza. Soprattutto se si pensa che il processo di scardinamento del berlusconismo è stato avviato nel momento in cui egli riscuoteva il massimo dei consensi ed era al top della sua forza politica e personale. Proprio quando il regime sembrava impossibile da scalfire, le donne lo hanno colpito a morte".
E la Pascale, come la inquadra nella sua analisi?
"Lasciando perdere la sfera privata che non mi interessa, penso che la Pascale abbia un ruolo di sostegno politico. Certo, la sua influenza riguardo alle unioni civili è stata determinante: ha spostato completamente la posizione di Berlusconi che fino a poco tempo prima era quello dello slogan 'meglio libertini che gay'. Diciamo che anche in questo caso è una donna a connotare positivamente la figura dell'ex Cav".
E Renzi? E' davvero l'erede di Berlusconi?
"Politicamente lo è senza dubbio. Dal punto di vista del rapporto con le donne, invece, si rileva una rottura: Renzi non ha dato scandalo e non è all'interno di nessun sistema a sfondo sessuale. Detto questo, esiste un elemento che invece crea una grande continuità con il berlusconismo. Si tratta dell'uso coreografico delle donne, delle quali mi stupisce la completa adesione alla parola del leader...".





I 10 COMANDAMENTI DI BENIGNI: UN BEL MOMENTO DI RIFLESSIONE

Sono state due serate splendide, intense e interessanti. Il Benigni riflessivo e ironico mi piace, sorvolerò quindi sulle polemiche fatte dal M5S circa il cachet dato dalla Rai all'attore, perché mi sembrano assolutamente inutili considerando il livello culturale dell'evento e i 10 milioni di telespettatori incollati al video.

Lo ripropongo per chi forse non l'avesse seguito e per chi, come me, prova un piacere sottile nell'ascoltare parole e concetti profondi e intelligenti.




Roberto Benigni - I Dieci Comandamenti - Prima... di archimede-serietvitalia



Roberto Benigni - I Dieci Comandamenti... di archimede-serietvitalia

27 novembre 2014

COMINCIA A MANCARMI ... "BETTINO CRAXI ALLA LUCE DEGLI SCRITTI INEDITI (Il libro di Andrea Spiri)"

da Affaritaliani di Daniele Riosa


L'Italia vista da Hammamet attraverso le grandi lenti degli occhiali di Bettino Craxi. E' questo, in estrema sintesi, il succo del libro curato dallo storico Andrea Spiri, Bettino Craxi, io parlo e continuerò a parlare(edito da Mondadori) che raccoglie sei anni (1994-2000) di scritti, in gran parte inediti, dell'ex leader socialista. Scritti in cui Craxi, dalla Tunisia, (tralasciamo qui la questione se il suo fosse un esilio o una latitanza) commenta le vicissitudini della vita politica italiana e quella da lui attraversate in ambito politico-giudiziario.





Le parole dell'ex presidente del Consiglio, sono pietre, intrise di livore e disprezzo per chi ne ha decretato la fine politica: ovvero quei magistrati che a suo dire "hanno usato due pesi e due misure" nell'inchiesta Mani pulite. Nei testi lasciati ai posteri vi è una chiamata di correo, che ricalca i suoi famosi discorsi in Parlamento, su tutti quello del luglio 1992 e quello dell'aprile dell'anno successivo. In sostanza Craxi riconosceva la sua colpevolezza, ovvero l'aver ricevuto finanziamenti illeciti pe le attività del PSI, ma giungeva a sostenere di non essere né più, né meno colpevole di tutti gli altri. I testi di Craxi non contengono solo un'appassionata e strenua autodifesa, ma anche giudizi politici interessanti se non lungimiranti. Il suo giudizio sulla Seconda Repubblica è tranchant: la definisce semplicemente inesistente, giacché "i suoi esponenti politici sono in gran parte figli e figliastri della prima".
L'unico modo per dar vita a una nuova Repubblica sarebbe quello di "mettere mano a una revisione costituzionale attraverso l'elezione diretta di un'Assemblea Costituente". E anche su questo è scettico, conscio dell'immobilismo atavico della classe politica e di "un’italietta incapace di riformarsi".
Sono gli stessi protagonisti della cosiddetta Seconda Repubblica a confermare il suo scetticismo. Craxi ne ha per tutti. Il solo Silvio Berlusconi, considerato “vittima dalla giustizia politica”, può subentrare sulla scena politica con la stimmate del nuovo che avanza: "Come uomo e imprenditore dinamico, come cultura pratica e come stile di vita, è agli antipodi di questo vecchio residuato del sistema invecchiato, sepolcro imbiancato, ipocrita d'animo e baciapile di stile burocratico".
Significativo il passaggio in cui l'ex leader socialista rivela un retroscena sul primo avviso di garanzia ricevuto da Berlusconi il 22 novembre 1994. Egli sostiene di averne avuto notizia già a luglio (la fonte resta sconosciuta) "mese in cui si fanno o preparano le crisi, si ordiscono congiure prima di andare in vacanza". Qui avanza il teorema della giustizia a orologeria, cavalcato con decisione da Forza Italia fino alle cronache di questi giorni.

Sferzante il giudizio su Romano Prodi definito "un boiardo di Stato". A Massimo D'Alema,  Craxi rinfaccia il suo passato comunista: "D'Alema non poteva non essere a conoscenza del flusso finanziario proveniente dall'Est e diretto al Pci. Ma lui non ne parla mai. Ha cancellato il passato". Da Giuliano Amato, uno dei suoi più stretti collaboratori, si sente tradito, soprattutto umanamente: "Da cinque anni, da quando vivo come esiliato, il signor Amato non si è mai fatto vivo, anche quando risalivano verso l'Italia le voci inequivocabili riguardanti le mie precarie condizioni  di salute" (ricordiamo che Craxi era fortemente diabetico).
Dal punto di vista politico, scrive Craxi, il dottor Sottile "ha prima figurato nella lista dei becchini che hanno contribuito, con la loro pavidità all'affossamento de PSI, poi si è messo in bella mostra come extra terrestre, e cioè come uomo nuovo che si affaccia alla vita politica dopo aver passato un ventennio sulla luna, e dopo ancora si è impancato a sputar sentenze morali. Un po'troppo". Pleonastico riportare il giudizio di Craxi nei confronti dei membri del pool di Mani Pulite.  Nel capitolo dedicato ai magistrati milanesi è sufficiente riportare il giudizio su Di Pietro ritenuto "un falso eroe. Non è stato altro che il braccio armato più rumoroso ed esibizionista della "falsa rivoluzione”. E' stato lo squadrista, l'eroe della milizia...".
Nelle pagine conclusive Craxi difende strenuamente la sua carriera politica: "Per una vita di lavoro e di lotta politica il “gangster Craxi” dovrebbe essere ringraziato da chi non ha perso la memoria, il senso di giustizia, quando non addirittura il lume della ragione”. Per questo “non gli consentirò di scrivere la storia dei vincitori, io questo non glielo consentirò”.  Un proposito che  l'ex leader socialista ha perseguito  in tutte le pagine di questo libro, che seppur criticabile, vista la totale assenza di autocritica, rimane un documento importante per ripercorrere gli anni di Tangentopoli e quelli dei primi vagiti della Seconda Repubblica.



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Ho conosciuto Bettino Craxi nel febbraio del 1985, era Presidente del Consiglio io ero una giovane consulente di comunicazione aziendale. 
Quasi tutti i lunedì andavo a trovarlo in piazza Duomo 19, dove Enza, la sua segretaria, doveva governare una coda infinita di ospiti più o meno graditi suddivisi in due o tre sale d'attesa.  

Era un uomo di grande carisma con un carattere forte ma allo stesso tempo riservato e timido. Uomo di grande spessore, sensibilità e intelligenza. 
Credo che le nostre lunghe conversazioni rappresentassero per lui un momento di evasione dai problemi politici e di coalizione. Per me erano momenti importanti che vivevo con spensierata incredulità, ma di cui comprendevo il grande rilievo.

Parlavamo di tutto, del mio lavoro, delle nostre vite, di mio figlio e dei suoi, della politica (a volte ci interrompevano telefonate curiose ... ricordo Ciriaco De Mita) e del Torino di cui eravamo entrambi tifosi. Spesso mi offrì il suo aiuto per il mio lavoro, ma non lo accettai. Fortunatamente non ne avevo bisogno. La suo offerta però era affettuosa, non interessata.
Ricordo una delle sue frasi cortesi "Chiacchierare con te è come passeggiare a piedi nudi in un campo fiorito nel mese di maggio, respiro ossigeno, freschezza e verità" 
Lui mi dava del "tu" e voleva che gli dessi del "tu" ma non ci riuscivo e lo chiamavo "Presidente" anche se conversavamo come due amici veri. 
Quei dialoghi mi hanno insegnato tantissimo e soprattutto mi hanno mostrato un uomo che in quel periodo aveva un potere infinito, ma che aveva bisogno di umanità e sapeva essere vero e schietto. 
Un uomo non distante dalla realtà come molti altri politici e molti altri suoi successori, un uomo che ha sofferto enormemente per ciò che era e rappresentava e che certamente non ha mai avuto le responsabilità che gli sono state attribuite.
Lo sentii telefonicamente quando era "prigioniero" ad Hammamet ma non lo rividi più, purtroppo.

Ritengo sia stato e sia tuttora uno degli uomini politici più seri, preparati e intensi della nostra Repubblica. 






25 novembre 2014

VITTORIA CONFUSA

Le elezioni regionali sono terminate con un risultato molto "delicato" ... Non ha vinto Renzi, come sappiamo ha trionfato la disillusione, la stanchezza e il disagio. L'enorme percentuale degli astenuti parla molto chiaramente ed ecco che nel Pd e in Forza Italia si stanno facendo un po' di conti, nel senso di resa dei conti.

All'interno del Pd non si placano i malumori della minoranza, che naturalmente si concretizza con il voto al Jobs act.

Il presidente del partito, Matteo Orfini, fa un appello in extremis ai dissidenti: "Abbiamo raggiunto una larghissima unità sul testo, spero che per rispetto della discussione fatta, dei cambiamenti apportati, del lavoro di ascolto reciproco e della nostra comunità, si voglia fare tutti un ultimo sforzo in Aula".
Diversamente per Gianni Cuperlo non ci sono le condizioni per il sì: "Noi non ci sentiamo di esprimere un voto favorevole su Jobs act. Il punto a cui si è arrivati non è soddisfacente. Il problema non è come licenziare, ma come assumere".

E' infatti notizia di poco fa che il decreto è passato in una aula semivuota della Camera con 316 voti e con 40 deputati Pd rimasti fuori dall’Aula per protesta. Dovevano essere una trentina, sono stati di più: 30 deputati democratici, poco prima del voto, hanno diffuso un documento in cui spiegavano le ragioni del dissenso.
Il numero 40, su un numero totale di 307 deputati democratici, segnala uno scontento che si fa protesta aperta, probabilmente rinforzata dal massiccio astensionismo alle recenti elezioni regionali che ha penalizzato (anche) il Pd targato Renzi.




Oltre ai quaranta dem astenuti, due hanno detto no al testo, altri due si sono astenuti. I no sono quelli di Civati e Pastorino. Astenuti i civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini.

Bersani aveva annunciato il suo sì per essere ligio al partito. Nonostante le modifiche apportate alla Camera, l’impianto della delega sul lavoro non è stato ritenuto soddisfacente dai 40 del Pd. Tra i firmatari del documento di protesta figurano Cuperlo, Bindi, Boccia, Zoggia, D’Attorre.

In totale hanno votato no solo sei deputati, 5 gli astenuti. L’opposizione, composta da Forza Italia, Lega, Sel e M5S, è rimasta fuori dall’Aula.

Inizialmente soltanto la Lega aveva annunciato la sua non partecipazione al voto finale sul Jobs Act. E’stata, dunque, una sorpresa vedere oltre ai deputati del Carroccio e di M5s anche quelli di FI e di Sel abbandonare l’emiciclo poco prima della votazione finale. Ad accendersi sono state soltanto le lucine sul tabellone relative alle postazioni di voto dei deputati della maggioranza.

Il testo ha bisogno di un ulteriore passaggio al Senato viste le modifiche inserite dalla Commissione Lavoro per accogliere gli emendamenti frutto del compromesso tra governo e minoranza Pd sull’articolo 18. Il voto finale a palazzo Madama è previsto entro i primi dieci giorni di dicembre.

A proposito di malesseri di partito all'interno di Forza Italia non si è da meno. 

Il povero Fitto ribadisce le sue perplessità "Basta con le nomine. Basta con i gruppi autoreferenziali che hanno determinato in questi mesi una politica e una comunicazione inefficaci, basta con una linea politica incomprensibile e ambigua" e Toti lo riprende: "Non si tratta di fare processi, Fitto solleva questioni legittime ma cosa intende per autoreferenzialita' visto che  quelle che oggi accusano sono tutte persone che hanno fatto anche i ministri. Poi ci interrogheremo negli organi interni al partito, ma non si tratta di puntare il dito, soprattutto da parte di chi e' dirigente del partito da anni, non c'e' autoreferenzialità in Forza Italia. Chi punta il dito è lì da molto tempo, ognuno si assuma la sua fetta di responsabilità e tutti insieme cerchiamo la strada per risolvere i problemi"
Temo che i problemi non si risolveranno. E poi c'è l'Ncd. Berlusconi deve guardare alla Lega e calmare Alfano, aprendo anche a Fratelli d'Italia. Questa è la strada, l'unica.




Non parliamo del M5S ... Litigano pesantemente prendendosi a male parole: Grillo massacra Walter Rizzetto "colpevole" di aver parlato durante una trasmissione televisiva. Questa volta però c'è un moto di ribellione e su Twitter impazza l'hashtag #siamotuttiRizzetto e fanno parte della schiera dei ribelli anche molti parlamentari. Rizzetto attacca Grillo: "Non chiedo il permesso ai tuoi cortigiani"
La sensazione è che Grillo si sia stancato del giochino, non è divertente perdere.




Insomma non sembra ci sia molta serenità in politica anzi l'impressione ormai consolidata da tempo è che ci sia davvero bisogno di aria nuova. Non basta più parlare e arrabattarsi con proposte raffazzonate nella confusione totale.

Gli Italioani sono pazienti, ma come dice un sonetto della Bibbia: "Guardati dall'ira dell'uomo mansueto"
Anche della donna ...



22 novembre 2014

RENZI, NAPOLITANO, DRAGHI, ISIS ... LE LISTE E I PROGETTI SEGRETI DEI MASSONI

Da Affaritaliani


ANTEPRIMA/ Continua a far discutere il caso dei massoni svelato in anteprima da Affaritaliani.it. Merkel, Putin, Obama,Xi Jimping, Lagarde, Padoan, Gandhi, Reagan, Mandela, Jfk, Papa Giovanni, Agnelli, Clinton e Blair. Gioele Magaldi, Gran Maestro del Grande Oriente Democratico rivela le liste delle segretissime Ur-Lodges massoniche. 

Sconvolgente la teoria sull'Isis: "Il leader Al-Baghdadi liberato dagli Usa dopo essere diventato massone. La jihad è eterodiretta per portare un nuovo Bush alla Casa Bianca e a infinite guerre. E sull'11/9..."



LE TEORIE SU RENZI/ Magaldi: "Il premier vuole entrare nella superloggia conservatrice Three Eyes, la stessa dei veri potenti Napolitano e Draghi. Ma i massoni verso di lui sono ambivalenti e non si fidano della sua ambizione. L'editoriale di De Bortoli? Scritto su richiesta di Draghi..."
Da D'Alema a Passera, da Arpe a Marcegaglia, ecco l'elenco degli italiani nelle Ur-Lodges




Esce con Chiarelettere il libro "Massoni" di Gioele Magaldi (Grande Oriente Democratico). Un libro che sicuramente farà discutere. Sedetevi e fate un bel respiro: nel libro trovate storia, nomi e obiettivi dei massoni al potere in Italia e nel mondo, raccontati da autorevolissimi insider del network massonico internazionale, che per la prima volta aprono gli archivi riservati delle proprie superlogge (Ur-Lodges).

Le liste che leggerete sono sconvolgenti. Una 
battaglia per la democrazia. Tra le Ur-Lodges neoaristocratiche, che vogliono restaurare il potere degli oligarchi, e quelle progressiste, fedeli al motto "Liberté Égalité Fraternité", è in corso una guerra feroce. Nel libro non ci sono documenti che provano le tesi di Magaldi ma lui promette che in caso di contestazioni li renderà disponibili.




L'ultimo atto è già iniziato, come rivela Magaldi con la rottura della pax massonica stilata nel 1981: il patto "United freemasons for globalization". Una rilettura esplosiva del Novecento nei suoi momenti più drammatici - la guerra fredda, gli omicidi dei fratelli Kennedy e di M. L. King, gli attentati a Reagan e a Wojtyla - arrivando fino al massacro dell'11 settembre 2001 e all'avanzata dell'Isis. "Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges" è il primo volume di una trilogia che offre un'inedita radiografia del potere.

LE LISTE - Le liste di presunti massoni fatte da Magaldi nel libro è assolutamente sconvolgente. Si parte dal massone ante litteram Giordano Bruno per arrivare a Napolitano, Draghi, Berlusconi, Hollande, Merkel, Putin, Gandhi, Papa Giovanni XXIII, Mozart, Mazzini, Garibaldi, Obama, Chaplin, Lagarde, Blair, Padoan, Roosevelt e tantissimi altri. Già, perché, afferma Magaldi, "se non sei massone non hai alcuna chance di arrivare al vero potere".





BERLUSCONI Tra i nomi fatti da Magaldi c'è anche Silvio Berlusconi, descritto come "un attento cultore di astrologia, uno studioso di esoterismo egizio,  un frequentatore del milieu massonico internazionale con strette relazioni negli ambienti latomistici angloamericani più conservatori".

RENZI-NAPOLITANO-DRAGHI E L'EDITORIALE DI DE BORTOLI - Secondo Magaldi il pallino in mano, per quanto riguarda l'Italia, ce l'hanno in mano Napolitano e Draghi, che per Magaldi sarebbero massoni, apprezzati e influenti anche a livello internazionale. Discorso diverso per Renzi. Magaldi descrive Renzi come "un aspirante massone elitario" al quale "ancor non è stato accordato l'accesso a una almeno delle superlogge sovranazionali". L'obiettivo di Renzi, secondo Magaldi, sarebbe quello di entrare "non presso il Grande Oriente d'Italia o presso qualche altra comunione massonica ordinaria, su base nazionale italiana o estera. No, il premier italiano punta molto più in alto. Egli vorrebbe essere iniziato presso la Ur-Lodge Three Eyes, la medesima superloggia cui sin dal 1978 fu affiliato Giorgio Napolitano. La stessa superloggia cui è affiliato Mario Draghi". (---) "Il problema è che la sua domanda di affiliazione non è stata ancora accolta perché i vari Dragji, Napolitano, Merkel, Weidmann, Schauble, Trichet, Rutte, Sutherland, ecctera non si fidano di Renzi waanabe massone. Considerano Renzi un narcisista, uno spregiudicato e indisciplinato arrivista. Figuriamoci quanto poco venga apprezzato da questi ambienti l'asse Berlusconi-Renzi, sigalto dal Patto del Nazareno. Perciò l'atteggiamento dell'establishment massonico neoaristocratico verso l'attuale premier e segretario Pd è ambivalente. Da un lato ne apprezzano le politiche sostanzialmente prone al paradigma dell'austerità, dall'altro ne temono l'indisciplina e i potenziali voltafaccia", considerandolo smodatamente ambiziono e capace di, persino, se gli convenisse, di passare un giorno armi e bagagli con il network massonico progressista". In quest'ottica, secondo Magaldi, va letto il celebre editoriale del direttore del Corriere della Sera De Bortoli su Renzi e i poteri massonici, scritto proprio in concomitanza della visita newyorkese di Renzi.  Secondo Magaldi l'editoriale aveva il significato di dire al premier: "Caro Renzi, riallineati ai desiderata del Venerabilissimo Maestro Mario Draghi, altrimenti comincio a sputtanarti sul versante massoneria, sia con riferimento ai tuoi inciuci con Berlusconi, sia, se servirà sparando più in alto"



LE UR-LODGES - Magaldi dedica il suo libro alle cosiddette superlogge, definite "i cenacoli massonici protagonisti della storia contemporanea, gruppi e soggetti a orientamento e vocazione strutturalmente sovranazionale e cosmopolita che hanno abbondantemente surclassato l'influenza ormai modesta della massoneria ordinaria". Insomma, coloro che avrebbero in mano il potere vero e il destino del mondo. Magaldi elenca le diverse superlogge, dalla Edmond Burke alla Joseph de Maistre alla White Eagle alla Thomas Paine. E Magaldi sostiene che presso queste Ur-Lodges siano in atto "progetti di involuzione oligarchica, tecnocratica e antidemocratica", progetti che riguarderebbero "l'Italia, l'Europa e l'Occidente intero".
Tra gli italiani nelle Ur-Lodges, ecco i nomi citati da Magaldi: Mario Draghi, Giorgio Napolitano, Mario Monti, Fabrizio Saccomanni, Pier Carlo Padoan, Massimo d'Alema, Gianfelice Rocca, Domenico Siniscalco, Giuseppe Recchi, Marta Dassù, Corrado Passera, Ignazio Visco, Enrico Tommaso Cucchiani, Alfredo Ambrosetti, Carlo Secchi, Emma Marcegaglia, Matteo Arpe, Vittorio Grilli, Giampaolo Di Paola, Federica Guidi. Berlusconi invece avrebbe creato una Ur-Lodge personale, la Loggia del Drago.

MASSONI SOVIETICI - Nessun paletto nella massoneria, né geografico né ideologico. Solo potere. Così Magaldi spiega come "l'ascesa di Mussolini o Hitler è avvenuta anche grazie allo spregiudicato sostegno e finanziamento del milieu massonico conservatore angloamericano". Allo stesso modo i conservatori facevano tranquillamente affari con i fratelli massoni sovietici. "Pezzi grossi come il segretario generale del Pcus Leonid Breznev e i suoi successori Andropov e Gorbacev, così come Eltsin, hanno chiesto e tranquillamente ottenuto l'affiliazione presso alcune Ur-Lodges".

LA STAGIONE DEMOCRATICA E LA REAZIONE DELLA THREE EYES - Secondo Magaldi c'è anche un'ala più democratica e progressista all'interno della massoneria. E il grande esperimento democratico, persino rivoluzionario, fu fatto all'inizio degli anni '60, con l'elezione del primo Papa, secondo Magaldi, massone e di Kennedy. Un progetto finito troppo presto. Un altro massone rivoluzionario sarebbe stato Luther King, anche lui ucciso pochi anni dopo. Da qui inizia quella che Magaldi definisce una "restaurazione neoaristocratica". Una restaurazione guidata dalla superloggia Three Eyes, "una creatura del ricchissimo industriale David Rockefeller, del futuro segretario di Stato Henry Kissinger e del futuro consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski che nel 1978 sarà il principale artefice dell'elezione a pontefice del polacco Wojtyla". Molti anche gli affiliati italiani, secondo Magaldi, su tutti Gianni Agnelli ma anche Enrico Cuccia e il principe Borghese. E, secondo Magaldi, persino Napolitano... Eventi come l'attentato a Reagan e a Wojtyla rientrano, secondo Magaldi, in lotte di potere tra diverse superlogge.

IL PROGETTO UNITED FREEMASONS - Secondo Magaldi sono sempre le superlogge, nel 1981 a dare il via alla globalizzazione con un progetto segretissimo e sovranazionale. Che conterrebbe questi punti salienti: "Sostegno al fratello Deng Xiaoping e alla sua politica di apertura della Cina al libero mercato, destrutturazione e liquidazione dell'Urss e del Patto di Varsavia grazie all'ascesa del fratello Gorbacev e alla rottamazikone dei vecchi titani del Pcus come il segretario generale Breznev e i suoi più stretti seguaci e successori. Accelerazione del progresso di integrazione economica e politica dell'Europa. Riunificazione tedesca, riconferma della sorella Margaret Thatcher e sabotaggio del Labour Party del Regno Unito, ritorno dell'Argentina alla democrazia, smantellamento progressivo dell'apartheid ein Sudafrica e scarcerazione del fratello Nelson Mandela. Alternanza ovunque, a cominciare dagli Usa, di governi conservatori e progressisti secondo una tabelle di marcia ben precisa. Ovviamente a un patto: che tutti abbiano il rigoroso gradimenti dei grembiulini che contano.

LA SUPERLOGGIA IMPAZZITA - Secondo Magaldi c'è una ulteriore superloggia, quella creata da Bush Sr. e altri compagni delle altre superlogge che si sono sentiti esclusi dal progetto United Freemasons e dalla rielezione di Clinton. "La chiamano Hathor Pentalpha", sostiene Magaldi, che la definisce una "loggia della vendetta e della sete di sangue", della quale avrebbe fatto parte persino Osama Bin Laden. Una superloggia che estenderebbe la sua inquietante ombra sugli eventi degli ultimi anni, a partire dall'11 settembre 2001. La risposta progressista è la nuova superloggia "Maat", della quale secondo Magaldi farebbe parte Obama.

L'ISIS E LE NUOVE GUERRE - Ma ora il disegno delle superlogge è quello di far tornare al potere l'ala più conservatrice e guerrafondaia, secondo Magaldi. E per farlo si starebbe servendo della guerra santa dell'Isis. Magaldi sostiene che colui che proclamato il Califfato islamico farebbe parte della Hathor Pentalpha, vale a dire Al-Baghdadi, "imprigionato in Iraq nel 2004 come terrorista pericoloso e che subito dopo l'affiliazione a fil di spada viene liberato". Il tutto mentre viene "ufficiosamente lanciata la candidatura del fratello Jeb Bush alla Casa Bianca". "Da qui al 2016", sostiene Magaldi, grazie all'avanzata dell'Isis, prenderà il via una formidabile campagna planetaria per portare un un nuovo Buish a Washington. L'ennesimo Bush guerrafondaio. Avremo così nuove guerre infinite in Medio Oriente". E ora, scrive Magaldi, resta da capire come pensano di controbattere a questa minaccia i fratelli massoni progressisti...






LEGGI IN ANTEPRIMA LE DEDICHE DI GIOELE MAGALDI CON LE LISTE DEI NOMI (per gentile concessione di Chiarelettere)

A Olympe de Gouges ed Eleanor Roosevelt, donne libere e di buoni costumi

L'intera trilogia di Massoni. Società a responsabilità illimitata, di cui questo testo rappresenta il primo volume, è dedicata principalmente a Olympe de Gouges (1748-1793) ed Eleanor Roosevelt (1884-1962), le più grandi e coraggiose fra le sorelle muratrici che abbiano mai cinto il grembiuli no lato-mistico e operato con efficacia imperitura al bene e al progresso dell'umanità.

Ma come non menzionare, fra le tantissime altre donne «libere e di buoni costumi»' che ispirarono le loro vite ai più nobili e alti principi massonici (pur nell'inevitabile presenza di alcune ombre, frammiste a maggioritarie luci), anche libere muratrici dello spessore di: Mary Wollstonecraft (1759-
1797), Sophie de Condorcet (1764-1822), Harriet Taylor Mill (1807-1858), Cristina Trivulzio di Belgiojoso (1808-1871), Marie Adélalde Deraismes (1828-1894), Jesse White Mario (1832-1906), Lucretia Coffin Mott (1793-1880), Mathilde Franziska Anneke (1817-1884), Malwida von Meysenbug (1816-1903), Susan Brownell Anthony (1820-1906), Julia Ward Howe (1819-1910), Elizabeth Cady Stanton (1815-1902), Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), Annie Besant (1847-1933), Emmeline Pankhurst (1858-1928), Marie Curie (1867-1934), Martha Beatrice Webb (1858-1943), Virginia Woolf (1882-1941), Maria Montessori (1870-1952), Golda Meir (1898-1978), Alva Myrdal (1902-1986), Indira Gandhi (1917- 1984) .

Una peculiare intestazione dedicatoria va rivolta al massone ante litteram e protomartire della moderna libera muratoria, Giordano Bruno (1548-1600). Peraltro, una dedica sentita deve per forza di cose andare ai seguenti fratelli liberi muratori (anch'essi latori di moltissime luci, in mezzo ad assai più trascurabili opacità): John Locke (1632-1704), Isaac Newton (1642-1727), Jean «John» 
Theo¬philus Desaguliers (1683-1744), Montesquieu (1689-1755), Voltaire (1694-1778), Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), Giacomo Casa¬nova (1725-1798), Cagliostro (1743-1795), Cesare Beccaria (1738-1794), Benjamin Franklin (1706-1790), George Washington (1732-1799), Thomas Jefferson (1743-1826), Thomas Paine (1737-1809), Nicolas de Condorcet (1743-1794), Honoré Gabriel Riqueti de Mirabeau (1749-1791), Philippe Egalité (1747-1793), Jacques Brissot (1754-1793), Camille Desmoulins (1760-1794), Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829), Gilbert du Motier de La Fayette (1757-1834), Jacques Laffitte (1767-1844), Francisco de Miranda (1750-1816), Napoleone Bonaparte (1769-1821), nella sua fase filorepubblicana, Rafael del Riego (1784-1823), George Gordon Byron (1788-1824), Alessandro Ypsilanti (1792-1828), José de San Martin (1778-1850), Simón Bolívar (1783-1830), Aleksandr Sergeevic Puskin (1799-1837), Samuel Gridley Howe (1801-1876), William Lloyd Garrison (1805-1879), Ralph Waldo Emerson (1803-1882), Thaddeus Stevens (1792-1868), Charles Sumner (1811-1874), Benjamin Wade (1800-1878), William Cullen Bryant (1794-1878), Carl Schurz (1829-1906), Aleksandr Ivanovic Herzen (1812-1870), Giuseppe Mazzini (1805-1872), John Stuart Mill (1806-1873), Giuseppe Garibaldi (1807-1882), Jules Michelet (1798¬1874), il Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) della maturità, che, pur non abdicando alle migliori istanze del socialismo, comprese l'importanza del libero mercato, della proprietà privata e della società civile come altrettanti freni libertari e pluralisti alla potenziale invadenza autoritaria del potere statuale, Louis Blanc (1811-1882), Victor Hugo (1802-1885), Lajos Kossuth (1802-1894), Charles Darwin (1809-1882), José Martí (1853-1895), Lev Nicolàevic Tolstòj (1828-1910), Giosuè Carducci (1835-1907), Max Weber (1864-1920), John Dewey (1859-1952), Leonard Hobhouse (1864-1929), Sigmund Freud (1856-1939), Theodore Roosevelt (1858-1919), Thomas Woodrow Wilson (1856-1924), Eduard Bernstein (1850-1932), George Bernard Shaw (1856-1950), Mustafa Kemal Ataturk (1881-1938), Gerard Swope (1872-1957), John Maynard Keynes (1883-1946), Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), Mohandas Karamchand Gandhi detto «il Mahatma» (1869-1948), Aleksandr Fédorovic Kerenskij (1881-1970), George Orwell (1903-1950), Carl Gustav Jung (1875-1961), Albert Einstein (1879-1955), George Marshall (1880-1959), Clement Attlee (1883-1967), Harry Truman (1884-1972), William Beveridge (1879-1963), Charlie Chaplin (1889-1977), Angelo Giuseppe Roncalli divenuto Giovanni XXIII (1881-1963), Antonio de Curtis detto Totò (1898-1967), Martin Luther King (1929-1968), Meuccio Ruini (1877-1970), Federico Caffé (1914-1987), Karl Popper (1902-1994), Altiero Spinelli (1907-1986), Gunnar Myrdal (1898-1987), Paul Feyerabend (1924-1994), Harold Wilson (1916-1995), Thomas Kuhn (1922-1996), Robert William Komer (1922-2000), John Rawls (1921-2002), John Kenneth Galbraith (1908-2006), James Hillman (1926-2011), Arthur Schlesinger Jr. (1917-2007), senza dimenticare molti altri, di analoga sensibilità progressista — contestualmente al tempo in cui vissero —, che pure saranno menzionati nel corso della trilogia di Massoni.
Una dedica speciale e a parte, al di là di tutte le incomprensioni, le delusioni e i litigi, al di là del tempo e dello spazio, va a Giuseppe «Pino» Abramo (1933-2014).

Inoltre, una dedica importante va anche a Ivan Mosca (1915-2005), Franco Cuomo (1938-2007), Ted Kennedy (1932-2009), Antonio Giolitti (1915- 2010), Michele Raffi (1968-2013), Rosario «Rino» Morbegno (1930-2013), Carlo Maria Martini (1927-2012), Ernest Borgnine (1917-2012), Rita Levi Montalcini (1909-2012), Hugo Chavez (1954-2013), Nelson Mandela (1918-2013), Arnoldo Foà (1916-2014), Gabriel Garda Marquez (192-¬2014), Italo Libri, Enrico Simoni e a tutti quei massoni di ogni latitudine geografica passati di recente all'Oriente Eterno, i quali, con il loro pensiero e le loro azioni, hanno incarnato pregi e difetti, grandezze e miserie, fragilità e punti di forza della via iniziatica libero-muratoria.





Gioele Magaldi (14 luglio 1971), storico, politologo e filosofo, ex Maestro Venerabile della loggia "Monte Sion di Roma" (Goi), già membro della Ur-Lodge "Thomas Paine", è Gran Maestro del movimento massonico "Grande Oriente Democratico" (God). 
Fautore di un impegno solare e progressista della massoneria, ha dato vita anche a"Democrazia Radical Popolare" (Drp) e al Movimento Roosevelt (Mr). 
Tra le sue pubblicazioni: UT PHILOSOPHIA POESIS (Pericle Tangerine) e ALCHIMIA. UN PROBLEMA STORIOGRAFICO ED ERMENEUTICO (Mimesis). 
Laura Maragnani, giornalista ("Europeo","Panorama"), ha scritto LE RAGAllE DI BENIN CITY (Melampo), ECCE OMO (Rizzoli), I RAGAZZI DEL '76 (Utet).