Le inattese stilettate di Eugenio Scalfari in direzione di Prodi centrano il problema ma non il bersaglio. Scaricare la responsabilità sul premier ha il sapore beneducato dell’atteggiamento democratico e rispettoso di un corretto gioco dei poteri. Prodi è il capo del governo e della sua coalizione, quindi la suprema autorità istituzionale e politica. E’ quindi naturale criticarlo per l’andamento e le scelte del suo governo. Ma qui già si commette un grave errore prospettico. Che Prodi sia il leader nominale, non vuol dire che le leve del potere siano nelle sue mani.
Accanirsi su Prodi è come prendersela con il volto stampato sulle banconote dell’Unione quando il governatore della banca centrale che le emette è un altro – o sono altri?
In parole meno elevate: Prodi c’ha messo la faccia, e la carriera politica. E’ la maschera principale dell’Unione; ma dietro alla sua maschera ci sono molti altri attori. Ci sono i partiti, piccoli e grossi, centralisti o federalisti, liberali o statalisti, moderati o radicali, le cui differenze ideologiche, apparentemente così aspre, sono sfumature di un colore solo.
Ci sono poi i colonnelli, i capi corrente, le cerchie e le loro rivalità. Ma ci sono anche potenti forze sociali raccolte sul lavoro e sulla grande industria. Sono arrivate, anzi tornate, le masse violente, giovanili e non, che usano le piazze come sfogo di pulsioni incompatibili con le regole della politica liberaldemocratica. Il risultato è un potere impersonale – perché frammentato in un pulviscolo di centri di poteri scoordinati.
Oggi è Prodi, domani sarà D’Alema o dopodomani Rutelli. Uno vale l’altro.
E’ chiaro che una tale strategia politica è finalizzata soltanto alla conservazione del potere, anche se esposto ai colpi dell’opposizione.
Unione è la parola veramente adatta a sintetizzare questa realtà, fornendo al Prodi di turno l’alibi in cui insabbiare le proprie colpe, ma anche se stessi.
Finché erano Corriere della Sera e Stampa a scaricare Romano Prodi e il suo governo da operetta, i cui ministri fanno a gara a chi spara la scemata più grossa (soprattutto dopo che il presidente del consiglio, imbarazzato, aveva chiesto loro di non metterlo più nei guai, a conferma del carisma del personaggio), nessuna sorpresa: fa parte della partita che giocano Paolo Mieli e i suoi emuli, che è cosa ben diversa da quella del centrosinistra. Ora, però, hanno iniziato a esprimere il loro disgusto anche Unità e soprattutto Repubblica. Ed è tutto un altro discorso.
Prima il quotidiano di Antonio Padellaro, doverosamente, si vergogna in prima pagina per il nuovo record di sottosegretari imbarcati da Prodi. Non è solo una questione contabile. E' una questione politica: il governo è fatto di 102 uomini perché molti incarichi da sottosegretario sono stati assegnati con il manuale Cencelli, e cioè in base a logiche legate agli equilibri di partito e non alla qualità dei personaggi. Il verde Paolo Cento, ad esempio, è tipo simpatico e pittoresco, ma come sottosegretario all'Economia non ci azzecca nulla. E così molti altri come lui. Col risultato che Prodi è stato costretto, accanto ai sottosegretari che gli hanno imposto i partiti, a metterne altri con un minimo di competenza tecnica (per fare il sottosegretario all'Economia sul serio, ad esempio, occorre conoscere nel dettaglio i meccanismi della finanza pubblica, e aver passato l'esame di Economia Politica 1 è solitamente considerato requisito preferenziale). Moltiplicate questo processo per ogni dicastero e per ogni partito dell'Unione, e arrivate al numero magico di 102 (per ora). Sarebbe da rivedere la registrazione di Tetris, trasmissione condotta da Luca Telese, andata in onda tre giorni dopo il voto. In studio, alla presenza del sottoscritto e di altri due giornalisti, nonché dello stesso Massimiliano Cencelli, due "menti" uliviste come Arturo Parisi e Giovanna Melandri assicurarono che mai e poi mai il governo Prodi sarebbe stato creato tenendo in mano il famoso manuale.
Il carico, però, ce l'ha messo nientemeno che Eugenio Scalfari, nel suo editoriale domenicale dell'11 giugno su Repubblica. Iniziava così: «Il governo Prodi sta dando, almeno per ora, un'immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre. Analoghe sensazioni suscita la maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenerlo». Proseguiva in questo modo: «Emergono spinte centrifughe nella coalizione di governo, si accentua la nefasta gara mai sopita alla visibilità dei partiti, la corsa agli incarichi, l'affanno delle mediazioni infinite. Continua l'aumento della falange di sottosegretari, le liti sullo spacchettamento delle competenze ministeriali, le dispute su temi che il programma di governo pretendeva d'aver risolto una volta per tutte. Questo il quadro desolante che rischia di dissipare una parte del credito e delle aspettative riposte in Prodi e nella sua squadra, ancora così poco coesa da far temere l'avverarsi delle peggiori previsioni». E - nella parte dedicata agli sconquassi della maggioranza - si concludeva con un sensatissimo avvertimento: «Una cosa debbono temere i dirigenti del centrosinistra: che la verifica sia chiesta a tutti loro da chi ha loro dato consenso e ora dubita dei risultati. Non c'è molto tempo a disposizione, anzi ce n'è assai poco». E sarebbe un peccato, perché qui è da parecchio che non ci si divertiva tanto.Legnostorto
Quando parla D’Alema – lo ha fatto sabato al convegno dei giovani di Confindustria – Fassino deve dimostrare che esiste e che si occupa di tutto. Ieri, in un’intervista a Il Messaggero, ha detto che la manovra-bis verrà fatta con l'ok delle parti sociali:” Quale tipo di misure, dove incidere, che cosa fare dobbiamo ancora deciderlo, una scelta definitiva sarà presa solo dopo gli incontri con le parti sociali che cominciano lunedì. Per noi non è indifferente conoscere l'orientamento delle parti sociali, noi siamo per la concertazione”.Morale: Padoa Schioppa non è solo a decidere e con le parti sociali (leggi: sindacati) non ci si limita a parlare, ma si decide insieme, ricorda Fassino, che cerca di ottenere l’appoggio dei sindacati. I quali, al solo accenno del ministro del Lavoro a un innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 62-63 anni, hanno fatto muro, facendo così saltare un elemento del prossimo Dpef, il documento-bandiera che dovrebbe servire a tenere buona l’Europa… con le buone intenzioni.Fassino non ha dimenticato il suo cavallo di battaglia attuale: il referendum. Si è lanciato su una previsione: il referendum non sarà approvato perché, a suo dire, non è vero che la CdL è maggioritaria al Nord: “Sarebbe anche ora di sfatare il mito che il Nord sia in mano al centrodestra”. La prova? “Cinque regioni del Nord su sette sono governate dal centrosinistra. Dove sarebbe questo presunto predominio del centrodestra al Nord? Più esatto sarebbe dire che la destra prevale in alcune zone di Lombardia e Veneto”. Conclusione: “Credo proprio che non il Nord seguirà la destra, quella riforma verrà bocciata”.Replica di Roberto Calderoli, Lega: “Povero Fassino, si vede che il fatto di non aver preso neanche uno strapuntino nel governo ed essere stato l'unico segretario trombato in questo governo gli deve aver fatto perdere la memoria. E non solo quella. I suoi dati elettorali risalgono alle elezioni regionali del 2005, ma Fassino evidentemente si dimentica che nel frattempo abbiamo fatto delle elezioni politiche che hanno testimoniato che, anche chi in passato ha votato la sinistra per sbaglio, non lo ha più fatto, né lo farà mai più, perché dal Nord, dopo l'atteggiamento contro il Federalismo contenuto nella riforma costituzionale assunto da parte della sinistra, non arriverà più neanche un voto per loro”.