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19 giugno 2006

OMAGGIO A MILANO

Tra qualche giorno si insedierà il sindaco Moratti.
Prima però di cominciare a giudicare la Milano di Letizia Moratti, vorrei fermarmi un momento e rendere omaggio a chi si è preso cura della mia città per nove anni.
Il sindaco Albertini, un sindaco serio, un sindaco che ha lavorato molto. Infatti i milanesi lo hanno premiato con due mandati, hanno compreso la concretezza della sua amministrazione. Persino a sinistra!
Dopo Tangentopoli e gli anni dell’invisibile Formentini, Milano voleva fatti e li ha avuti. Ma tanti davvero. Voglio ringraziare Albertini perché ha contribuito a farmi sentire fiera di essere milanese. Grazie per il restauro a velocità record della Scala, per il prolungamento dei metrò, per aver raddoppiato le aree di verde pubblico, grazie per i depuratori immersi nel verde a Nosedo, San Rocco e Peschiera Borromeo, per i nuovi parcheggi di corrispondenza. Grazie per la nuova Fiera di Rho-Pero con due milioni di metri quadri per spazi espositivi che fanno grande la nostra città nel mondo, per il teatro Arcimboldi, grazie per quei due splendidi progetti nell’area di Garibaldi-Repubblica per la Città della Moda e in zona Rogoredo-Montecity dove Norman Foster farà sorgere Santa Giulia: parchi, appartamenti cablati e informatizzati, 24mila parcheggi e un centro congressi. Grazie sindaco Albertini per aver concretamente migliorato il traffico in città con gli innumerevoli lavori eseguiti, per aver aumentato il livello della sicurezza con la videosorveglianza e per l’inceneritore di Silla2 che bruciando i rifiuti genera energia. Insomma stiamo parlando di un record che nessuno è riuscito ad eguagliare: sei miliardi di euro di opere pubbliche senza considerare quelle eseguite con il contributo dei privati. Come avrete inteso, intendo rendere merito ad un uomo che ha fatto in nove anni ciò che nei decenni precedenti non era nemmeno stato immaginato e ha ridato a Milano la fierezza che il vero motore economico del nostro paese meritava di ritrovare.
L’imponente lavoro di Albertini sarà la piattaforma su cui costruire il grande successo del sindaco Moratti.
Il suo programma per Milano è ormai noto, i valori irrinunciabili della signora Moratti e della Cdl sono la libertà, la responsabilità e la partecipazione. La centralità della persona e della famiglia, il primato della società civile, la solidarietà, la sussidiarietà e la modernità sono i punti fermi della nuova amministrazione.
Milano ha la capacità di anticipare sempre il futuro, di cercare e di trovare soluzioni nuove, senza perdere la continuità con la sua tradizione. Così sarà anche questa volta.
L’Italia è in difficoltà, la vittoria risicata e le prime azioni del nuovo governo hanno lasciato perplessi molti, anche gli elettori di sinistra che non si riconoscono più soltanto in una coalizione unita dall’odio verso Berlusconi.
Questo governo rappresentato da una strana mescolanza di vecchi democristiani, vecchi sindacalisti, vecchi giocolieri delle poltrone, vecchi comunisti, ha poco futuro.
Ho la sensazione che anche Milano sarà il preludio della splendida sinfonìa che porterà nuovamente la Casa delle Libertà al governo. Perciò grazie Albertini e benvenuta Letizia Moratti.

CURIOSO TEMPISMO

Non vorrei fare come Andreotti per il quale a pensar male non si fa peccato ma tutto questo accanimento sulle conversazioni più o meno pruriginose di Vittorio Emanuele le cui debolezze non credo appassionino nessuno, possa invece far comodo ad alcuni. Ho come l'impressione che far concentrare gli italiani su gossip vari (che possibilmente coinvolgano la destra) in questo momento sia un vero "specchietto per le allodole". Mesi, anzi anni di pazienti intercettazioni, pedinamenti, fotografie rubate, pacchi di denaro (pubblico) spesi dalla procura di Potenza per raccontarci (almeno per ora) che Vittorio Emanuele, il quale non ha mai brillato per la sua smagliante intelligenza, è un "puttaniere" circondato da millantatori che, sfruttando il suo punto debole, utilizzavano il suo nome in vari modi (leciti o illeciti si vedrà)?? E dopo mesi e mesi Woodcock (nome che fa invidia ai migliori nickname di questo forum) si scatena con una urgenza incontenibile proprio ad una settimana dal referendum sulla costituzione? La "monarchia" (parola grossa con V.E. ma è quel che c'è) e la destra sotto accusa mentre la sinistra vuole assicurarsi un risultato netto... è quasi come riproporre un '46 up to date, ammodernato. Mentre anche Bertinotti si preoccupa di questo governo e, cancellando il confine tra ruolo istituzionale e politico, dice "Non voglio negare le difficolta' che abbiamo registrato: penso che si debba dare al Paese una forte scossa di discontinuita'", dimostrando i timori che attanagliano i sinistri, ecco che Vittorio Emanuele & C possono diventare un diversivo molto gustoso. Senza dubbio una forte scossa, almeno mediatica che se utilizzato al meglio, potrebbe tramutarsi in terremoto politico. Certo un regalo per una "certa sinistra" che potrebbe avere anche vantaggi dal piccolo pettegolezzo su D'Alema che a quanto pare dalle intercettazioni, avrebbe conti in Lussemburgo...

MA ALLORA BERLUSCONI AVEVA RAGIONE...


Noto una attenzione particolare da parte della sinistra per il problema delle intercettazioni telefoniche. Sarà il caso Unipol (e le conversazioni di Consorte e Sacchetti con i vari esponenti ds) ma improvvisamente tra le poltrone dei rossi serpeggia la preoccupazione. Ed ecco che al Senato si prepara un giro di vite sulla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche con una proposta di legge di Guido Calvi (Ds). Il testo del vicepresidente della commissione Affari Costituzionali prevede addirittura il carcere per i giornalisti che ne pubblicano il contenuto: si rischia dai 6 mesi ai 4 anni di carcere. Così in futuro i giornali saranno più cauti nel raccontare le telefonate di Vittorio Emanuele in cui si parla dei conti a Lussemburgo di D'Alema ...

CHI ALTRI E' STATO PAGATO ?

E' la difesa di Consorte e Sacchetti, come abbiamo visto, a sostenere che quei soldi, nei loro conti all'estero, furono versati da Chicco Gnutti, quale pagamento, celato al fisco, della consulenza da loro prestata durante la vendita di Telecom Italia. Vendita, nel 2001, da Colaninno & Soci a Tronchetti Provera & Soci. Fra i soci si trova sempre Gnutti. E' vero, si dice, che la cifra pagata era molto alta, ma è anche vero che Tronchetti Provera fu indotto a concludere l'affare pagando il doppio di quel che quella quota valeva in Borsa. E qui c'è un errore, anzi, c'è tutta una storia rimasta segreta.Tronchetti Provera non è uno sprovveduto, ed era assistito da banche d'affari non da un pollaio. Pagò quelle azioni il doppio di quel che valevano, ma perché era l'unico modo per comperare Telecom Italia senza lanciare un'offerta pubblica (opa), che gli sarebbe costata molto di più. L'aggiramento è stato possibile perché le autorità di controllo avevano consentito che la società fosse posseduta da una catena proprietaria del tutto oscura e nascosta, residente all'estero e priva di doveri tanto fiscali che di trasparenza. Nelle chiacchiere iniziali della privatizzazione Telecom Italia doveva divenire una public company, e nessuno ne avrebbe potuto controllare più del 3%. Nel giro di pochi mesi, i governi Prodi e D'Alema negarono tutto quello che avevano detto e il gioiello finì nelle mani dei “capitani coraggiosi”, come li chiamò il capo dei ds, che era anche capo del governo. A loro fu permesso l'incredibile, cioè di comperare celando l'identità dei compratori e portando in paradisi fiscali il controllo reale della società. Questo ha, dopo, permesso di vendere lasciando a bocca asciutta gli altri azionisti, vale a dire il parco buoi dei risparmiatori che erano già stati abbondantemente spazzolati, e lasciando all'oscuro il mercato, cui la comunicazione è arrivata a cose fatte.Bene, anzi no, male. Consorte e Sacchetti sarebbero stati pagati per il lavoro svolto. Quale? Per quale diavolo d'importante attività incassarono 50 milioni di euro? Non certo per avere convinto l'acquirente, che era convinto di suo. Non per avergli portato via il doppio del valore delle azioni, perché quella era la richiesta di Gnutti, ed era la remunerazione di quello spericolato (ma regolare?) meccanismo che consentiva di fare marameo al mercato. Che hanno fatto? Quante volte Tronchetti Provera trattò con Consorte? Se fossero cinque farebbero dieci milioni ad incontro. Magico. Di più non furono, perché tutti dicono che si fece in pochi giorni.Propongo un esercizio diverso: si accerti che fine hanno fatto, che direzione hanno preso, tutti i soldi pagati da Olimpia (acquirente) ad Hopa (venditrice), all'estero. Mi punge vaghezza che se ne scoprirebbero d'interessanti, e, quanto meno, si scoprirebbe chi ha incassato, chi è stato retribuito, chi è stato ringraziato. E' questo è solo un pezzo del Grande Intrigo, per conoscere il quale i lettori pazientino ancora qualche giorno.

Davide Giacalone - Libero

I 43 MILIONI DI CONSORTE? MIRACOLO ROSSO

Il sequestro del tesoro di 43 milioni di euro al duo Consorte- Sacchetti, leader della finanza rossa facente capo ad Unipol, apre un ampio orizzonte su questo opulento e disinvolto mondo progressista. Che da un lato " lotta" contro le rendite finanziarie e le vuole tassare , per " combattere la speculazione", dall'altro lato, tramite Consorrte e Sacchetti, si arricchisce con la speculazione: consistente nel comperare e vendere azioni, giocando sui differenziali di listino, grazie alle particolari entrature finanziarie.Da un lato questa sinistra dice di lottare contro l'evasione fiscale e, per combatterla, adesso vuole bloccare i rimborsi all'esportazione dell'Iva. Ma, dall'altro lato, i capi della finanza rossa Consorte e Sacchetti, secondo l'autorità giudiziaria che ha disposto il sequestro, hanno effettuato ampie evasioni ( o frodi) fiscali, sui proventi ottenuti con il mega lucro di 43 milioni di euro. Questa sinistra ci ha stordito con le sue invettive moralizzatrici contro i troppi condoni di Tremonti, ma Consorte e Sacchetti non solo hanno fruito dello scudo fiscale di Tremonti per il rientro di capitali dalla Svizzera. Lo hanno fatto, secondo l'accusa, in modo improprio. Ossia, secondo l'accusa, hanno prima evaso il fisco e poi frodato il condono fiscale.Vi è una grossa differenza fra la mega rendita finanziaria di 43 milioni di euro, incassata dai due finanzieri rossi, manovrando pacchi di azioni, nel mondo delle scalate societarie e le modeste rendite finanziarie che incassano i risparmiatori che hanno investito in Bot, Cct, obbligazioni, azioni, depositate in banca e attualmente sono tassati al 12,5 per cento. La scusa ufficiale per tassare questi piccoli e medi risparmiatori al 20 per cento( aliquota che spesso diventerebbe del 40 per cento, tenuto conto che metà degli interessi percepiti è solo recupero del tasso di inflazione, pari almeno al 2 per cento annuo) è costituito dai guadagni da " facili" speculazioni di borsa. E la beffa sta nel fatto che uno degli episodi più oscuri nel contenuto, ma chiari nell'ammontare, di tali speculazioni è il guadagnone di Consorte e Sacchetti . Su cui, però, guarda caso, durante la campagna elettorale si era accuratamente messo il silenziatore. Il duo sostiene che questo guadagno di 80 miliardi di lire, ottenuto con una speculazione a colpo sicuro in borsa, è in realtà il compenso per le consulenze che avrebbero prestato, al finanziere bresciano Gnutti o a operatori da lui gestiti, in occasione della vendita delle azioni della società Telecom dal gruppo di controllo di Olivetti, in cui esse erano contenute, al gruppo facente capo all'attuale socio di Maggioranza Tronchetti Provera. Non riesco a capire come si possa credere a una simile " spiegazione".La consulenza in questione non risulta da nessuna carta scritta. E non risulta neppure che vi siano state riunioni, nella sede di qualche ufficio specializzato, in cui essa poteva venire fornita. Si deve desumere che la consulenza ( parcella di 80 miliardi di lire) è stata data in parte oralmente, in pranzi o incontri occasionali, in parte telefonicamente. Telefonate d'oro, di fronte alle quali quelle di Moggi impallidiscono.Di solito le consulenze, che vengono prestate, per le operazioni di acquisto di pacchetti azionari, di grandi società, vengono effettuate da banche specializzate come Goldman Sachs o Merryl Lynch. A volte esse sono compiute da studi professionali di avvocati , commercialisti, periti contabili che esaminano i conti delle società oggetto di acquisto e gli aspetti di diritto commerciale, di diritto comunitario, di diritto tributario dell'operazione e la sua conformità alle regole cui sono preposti il garante della concorrenza e l'autorità di sorveglianza sulle industrie di pubbliche utilità, come i telefoni. Non risulta che le parcelle degli studi professionali arrivino, per singole consulenze, per di più brevi, a simili cifre. Inoltre, comunque, tali consulenze si fanno con testi scritti.Infine, non risulta che Consorte e Sacchetti siano specialisti di queste discipline e che abbiano mai emesso parcelle con l'Iva, come chi svolge abitualmente queste attività. Ma, in un colpo solo, di improvviso, col loro consulto, hanno guadagnato 80 miliardi di lire, 43 milioni di euro. Magia della finanza rossa. Peccato che questa magia sia servita a loro, non sia applicabile al bilancio statale.

di Francesco Forte - Libero

DISSENSO MASCHERATO

Cosa fanno due che non sono d'accordo ma non vogliono far sapere di essere in disaccordo? Semplice: si mettono d'accordo su come nascondere il proprio disaccordo. È, più o meno, quello che hanno fatto Condoleezza Rice e Massimo D'Alema perché non potevano fare di meglio. Hanno avuto un colloquio non si sa quanto serrato e ne è uscito un comunicato - con ogni probabilità preparato prima da diplomatici di carriera - che non dice sostanzialmente nulla o, come minimo, quasi nulla aggiunge. Di modo che ciascuna delle due parti può esercitare il suo diritto allo «spin», il termine che nel gergo politico americano indica rigirare le cose a propria convenienza. Così Condoleezza è tornata alla sua scrivania del Dipartimento di Stato e Massimo se ne può tornare a Roma apparentemente illeso o comunque senza lividi troppo vistosi.
Su che cosa si sono messi d'accordo? Nel minimizzare, appunto, il proprio disaccordo. Disaccordo su cosa? Su diversi punti, più o meno sfumato. Con un accenno di reale compromesso sull'Afghanistan, senza nulla da vantare e molto da nascondere a proposito dell'Irak. Gli italiani se ne vanno, lasciando o meno trentadue (forse domani l'altro trentanove) istruttori delle forze armate del nuovo regime iracheno, al limite con un paio di carabinieri di scorta. E gli americani restano in Irak con 130mila e passa soldati, grandi mezzi, bombe di diversi quintali ciascuna, missili qualche volta davvero intelligenti. Entrambi i governi hanno i motivi per mantenere o imboccare strade divergenti. Entrambi l'avevano, fra l'altro, promesso ai rispettivi elettori. Se le strade divergono non è soltanto per diverse valutazioni delle situazioni sul terreno dalle parti della Antica Babilonia, ma perché un piccolo divorzio, o come minimo separazione più o meno consensuale, è in corso fra Roma e Washington sulle impostazioni della politica estera. Coperto abbastanza bene, nelle dichiarazioni alla fine dei colloqui fra i due ministri degli Esteri, dall'assicurazione italiana che continueremo ad essere in sintonia con gli Usa, che i principi fondamentali dell'alleanza non cambiano, eccetera, eccetera; e dalla riaffermazione americana che le scelte di Bush sull'Irak erano giuste e non cambiano. Il tutto ammorbidito dalle buone parole di D'Alema sull'Afghanistan e dalla buona volontà manifestata da ambo le parti perché in qualche modo il ruolo di Roma a Kabul si estenda, o almeno paia estendersi. È più facile trovare formule di compromesso sul da farsi che non sulle modalità del disfarsi, soprattutto quando viene a mancare quel feeling particolare nelle relazioni bilaterali che il governo Berlusconi era riuscito a creare nonostante le molte difficoltà e i costi politici. Che cosa lo sostituisca non è chiaro e non ci si aspettava che venisse fuori dai colloqui di ieri. La linea americana è, anche sul piano lessicale, troppo «semplice» per i gusti del ministro degli Esteri di un governo come quello di Prodi. E la sintassi prodiana troppo contorta, anzi incomprensibile per gli americani. Che comprensibilmente faticano a distinguere, a proposito della decisione italiana di richiamare il contingente dall'Irak, fra un «ritiro alla spagnola» e un «ritiro all'olandese». «Ritirarsi ma rafforzare la nostra presenza» è frase difficile da tradurre in «americano», ciò che non può non riflettersi sulla fiducia di Washington in un'intesa con Roma sui temi del futuro, e quindi ancora aperti e più importanti di quelli del passato: non solo Afghanistan, ma per fare il massimo esempio, l'Iran. Le sanzioni che Bush è pronto ad imporre costano, non solo politicamente, ma una presa di distanza troppo scoperta anche su questo punto avrebbe sì conseguenze pesanti sui rapporti fra i due Paesi. Paradossalmente se è a proposito dell'Irak che la crepa più vistosa si è aperta, è sull'Irak che si è realizzata nei colloqui di Washington la curiosa «convergenza» di cui abbiamo parlato all'inizio.
Il governo italiano può compiacersi di raccontare alla sua eterogenea maggioranza parlamentare di aver mantenuto la promessa elettorale di richiamare a casa i soldati e voltare pagina; ma ha un interesse altrettanto forte a coprire questa ritirata agli occhi americani con blande assicurazioni, dichiarazioni di solidarietà imperitura e qualche concessione riservata a proposito di altre aree geografiche. E c'è un interesse da parte americana a evitare polemiche troppo aperte, che richiamerebbero l'attenzione dell'opinione pubblica sul fatto che un altro fra gli alleati più importanti nell'impresa irachena ha deciso di chiudere l'esperienza. Non è un precedente comodo per l'amministrazione Bush, perché potrebbe fornire alibi ad altri Paesi e soprattutto contribuire alle pressioni in corso su Blair per un disimpegno britannico.
Meglio per tutti, dunque, velare un poco la realtà. La nuova atmosfera fra Roma e Washington non consente di meglio.

Alberto Pasolini Zanelli da il Giornale, 17 giu 2006