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26 agosto 2007

GRANDE SARKOZY !


Nicolas sta davvero confermando la sensazione che ho avuto durante la sua brillante campagna elettorale. Un uomo deciso, determinato che non ha timore di esporsi portando avanti una politica che sfida i falsi miti di sinistra: il '68, la eccessiva tolleranza, la ingiustificata solidarietà, la liberalizzazione delle droghe leggere, la necessità di integrare a tutti i costi gli immigrati.

Ed ecco che in linea con il Sarkozy-pensiero, arriva il giro di vite contro i reati sessuali in Francia. Dopo il caso shock di un bimbo di cinque anni violentato da un ex detenuto recidivo, Nicolas Sarkozy ha illustrato le nuove misure restrittive dell'Eliseo contro pedofili e maniaci. Usciti dal carcere, infatti i pedofili potranno essere inviati in ospedali ad hoc e, se lo vorranno, potranno essere sottoposti anche alla castrazione chimica. "Non possiamo lasciare in libertà predatori, persone malate, che possono uccidere e distruggere la vita di bambini. Un pedofilo recidivo non può lasciare il carcere solo perché ha scontato la pena: i carcerati di questo tipo, al termine della detenzione, saranno esaminati da un'equipe di medici che valuterà se sono pericolosi"
Chi non riceverà il definitivo via libera dai medici, stando a quanto prevedono le nuove norme studiate dall'Eliseo, verrà inviato in “ospedali chiusi, per ricevere trattamenti adeguati”.
Le cure, come le terapie ormonali, saranno facoltative, ma chi non le accetterà non potrà abbandonare la struttura. E coloro che saranno sottoposti ai trattamenti potranno lasciare la clinica, ma verrà messo loro un braccialetto elettronico. Sarkozy infine non esclude nemmeno la castrazione, se è necessaria. “Castrazione chimica? Sono favorevole, non ho paura delle parole”, ha spiegato il presidente francese.
Inutile dire che le misure annunciate da Sarkozy fanno parte di un pacchetto di normative, la cui approvazione è in programma già a novembre, mentre il primo ospedale per pedofili aprirà a Lione nel 2009.
Intanto l’astuto, intelligente e lungimirante Sarko fa una seconda mossa che ne delinea la personalità.
Crea una commissione per la crescita economica della Francia e chi chiama tra gli altri?
Due uomini politici-tecnici italiani: Mario Monti, ex Commissario europeo alla concorrenza e Franco Bassanini, l'artefice della riforma della nostra pubblica amministrazione.
Peccato che Bassanini abbia perso una buona occasione per fare bella figura, poiché in una intervista ha dichiarato al Corriere della Sera non solo che in Italia lui non avrebbe mai potuto lavorare per Berlusconi, ma Bassanini, in pieno stile Ds, nulla dice su Sarkozy. Come non spendere una parola di elogio per chi ti concede una grande opportunità dopo che i tuoi stessi compagni ti hanno “trombato” non candidandoti nelle liste bloccate per il Parlamento per essersi opposto alla torbida partita Unipol-Bnl.? Come non apprezzare la lungimiranza di Sarkozy … Nemmeno una parola.
Insomma, Sarkozy continua a dare lezioni.
Dalla politica i cittadini si aspettano che vengano risolti i problemi, non che si polemizzi inutilmente. La politica deve portare benefici e soluzioni ai cittadini e non tutelare solo gli interessi di qualcuno.
Lo ricordi professor Prodi…

p.s.
Tra l’altro, sapete quanto guadagnano mensilmente Prodi e Sarkozy?Romano Prodi 18.900 euro, Sarkozy 6.600 euro.

PALAZZO DI GIUSTIZIA A MILANO VIBRA...


Sarà che i tempi della giustizia sono quelli che sono, e il tempo - quando c’è da aspettare - bisogna pur impiegarlo in qualche maniera. Sarà il gusto del proibito, del divieto da infrangere nel santuario di leggi e codici. O forse è il luogo, quel labirinto di corridoi, angoli ciechi e anfratti, che moltiplica le occasioni per l’anarchia ormonale.
Quale che sia la causa, finisce che in tribunale a Milano - austero palazzo di marmi, burocrazia e sentenze - ci scappino spesso scene da quartiere proibito, lanterne rosse e sexy shop. L’ultima, quella di due avvocatesse «hard». A distanza di una manciata di giorni l’una dall’altra, «fotografate» dagli scanner della vigilanza con un inconsueto corredo forense chiuso in borsa: fascicoli, ricorsi, agende. E due vibratori.Qualcosa di personale, stavolta, ma a Palazzo ne raccontano di ogni. C’è chi tra quegli uffici ha trovato moglie e marito, chi s’è fatto l’amante, chi - nelle lunghe giornate - trova il tempo per una scappatella in qualche recesso nascosto dell’edificio (e l’edificio ne è pieno). Magistrati che finiscono per sposare magistrati distanti due uffici, cancellieri con cancellieri, polizia giudiziaria con polizia giudiziaria, avvocati, personale amministrativo e umanità varia. Tutti rinchiusi nello stesso groviglio di scale bagni ascensori e stanzini, tutto il giorno e tutti i giorni. Sempre le stesse facce che tornano, sempre quelle. E il Palazzo che fornisce l’occasione. Il resto è un libero scambio di estasi e pecoreccio.Ed è così che poteva esistere una «stanza del sesso», bugigattolo spoglio con vista su Milano ricavato in fondo a una scala al settimo piano del tribunale, lontano da occhi e orecchie indiscrete, dove gli amanti andavano a consumare prima che un giudice ne scoprisse gli intrighi - scatenando le ire del presidente dei gip - e una mano abbondante di vernice cancellasse dalle pareti le memorie scritte dagli habitué dell’alcova. Da allora, niente più stanza e niente più sesso. Almeno, in fondo alla scala del settimo piano.Tra realtà e leggende metropolitane, quella delle due avvocatesse a luci rosse è solo l’ultima della vicende poco ortodosse per il palazzo di giustizia. Niente di grave, e tutto molto umano. Lì, davanti allo scanner, hanno sorriso i vigilantes e sono arrossite le due donne. Imbarazzata visione a raggi x, la sagoma inequivocabile che consegna alla guardia giurata un memorabile imprevisto.
Altro che cellulari, chiavi, portaocchiali, penne stilografiche come ne passano a centinaia ogni giorno sotto le macchine della sicurezza. E sfortunate le due, che se non si fossero scordate la tessera di avvocato non sarebbero state costrette a passare sotto le forche di röntgen, con la privacy che va a farsi benedire. Proprio quel giorno. Sempre che quella non fosse la prima volta.



Il Giornale

DUE CHIACCHIERE CON...


Giuseppe De Rita, padre della sociologia italiana e di otto figli, lavora anche in vacanza. Ad esempio considera che Courmayeur non sia cambiata molto, da quando costruì questa casa con vista sul Bianco nel 1961. «Ora però è sbarcato Berlusconi. A novembre si elegge il sindaco, e lui vuole vincere. Ma gli manca la comunità calabrese, qui fortissima. Ora ha portato ad Arcore 31 di loro, che rivendicheranno l'appartenenza al Cavaliere per la vita. Berlusconi continua a essere il politico che più assomiglia agli italiani, così come sono diventati».


Come sono diventati?
«Incomprensibili. La società è sempre più sparpagliata. Spezzettata. È una mutazione che non so spiegare. Dieci anni fa avrei parlato di neoborghesia, venti o trent' anni fa di sommerso o di postmodernità. Quella di oggi è una società a coriandoli. Non la si può studiare se non antropologicamente. Detto da me, da un sociologo, è come se mi tagliassi i coglioni».


Non è detto. Tenti un'analisi antropologica. Parliamo di persone. Prodi sta ricominciando a sentire il paese? O no?
«L'ultimo Prodi per me è un mistero. Nei tanti anni in cui abbiamo fatto vita parallela, girando l'Italia per ricerche, convegni, associazioni industriali, Romano appariva il più capace ad afferrare le situazioni. Arrivava a Courmayeur, e in due giorni capiva cosa stava accadendo e sapeva spiegarlo. Ora quel suo talento da rabdomante l'ha perso. Forse la sua esperienza — l'Iri, Palazzo Chigi, Bruxelles, ancora Palazzo Chigi — l'ha allontanato dalla realtà italiana. Forse è entrato nella logica per cui conta soltanto durare. Galleggiare. Fare una dichiarazione oggi, precisarla domani, riformularla dopodomani; tanto alla fine nessuno gliene chiederà conto. Nella sua furbizia contadina, che è la sua dimensione intima, cavalca l'onda; pronto a scenderne per salire su quella successiva. Potrebbe ancora dire, come faceva trent'anni fa con Andreotti, "noi tecnici". Perché cavalcare le onde significa non guidare i processi politici ».


Veltroni può essere un'alternativa?
«Veltroni è un animale molto diverso da Prodi. È attentissimo all'immagine (non che Prodi non lo sia). Il futuro di Veltroni dipende da quanto si farà logorare nei prossimi due mesi, in cui tutti cercheranno di indebolirlo attraverso il consumo mediatico. Se vince questo passaggio, può anche superare quel filo d'ansia che lo condiziona come sindaco di Roma, questo bisogno di essere rassicurato, di ripetere che Roma è grande, bella, ricca. Allora potrebbe fare molto meglio di quanto si pensa».


Anche andare a Palazzo Chigi?
«Se la situazione precipita e Prodi cade, il centrosinistra — e non solo — farà di tutto per non votare subito; altrimenti vince Berlusconi. Potrebbe nascere un governo istituzionale. Altrimenti toccherà a Veltroni. Ma se Walter a Natale fosse a Palazzo Chigi, farebbe in modo di votare nel 2008. Così sarebbe ancora Prodi, non lui, a perdere, e si guadagnerebbe altri cinque anni di leadership. Se invece Veltroni governa un anno e mezzo e si vota nel 2009, allora rischia di più; perché a perdere sarebbe lui, non Prodi».


È così scontato il ritorno di Berlusconi?
«Berlusconi è l'erede della Dc andreottiana e dorotea. Anche di loro dicevamo: non sono nessuno, finiranno tutti in galera, ma questo Rumor chi è? Ne attendevamo il crollo da un momento all'altro. Invece, non fosse stato per Tangentopo-li, ci avrebbero seppelliti tutti».


Casini non ha chance di ricostruire il centro?
«Pur appartenendo per natura a quel-l'area, non credo sia possibile ristrutturarla. Casini può essere bravo finché si vuole, ma se non ci sono le condizioni la bravura non basta. C'è troppa gente: l'Udc, l'Udeur, Di Pietro, Pezzotta con il Family Day; e poi le varie Dc, una proprietaria del simbolo, l'altra del motto, l'altra del nome... Se io, prestigioso signorotto della sociologia, chiamassi tutti attorno a un tavolo, verrebbero il giorno dopo. Ma non andremmo da nessuna parte. Perché l'asse moderato è Berlusconi».


Chi dopo di lui? Tremonti?
«Sono un grande ammiratore di Tremonti, che per me è l'equivalente di Amato. Considero Giuliano il migliore della nostra generazione: il più bravo, il più intelligente, il più colto, il più sensibile. Però gli è sempre mancato qualcosa. Non la capacità mediatica, visto che dai giornali è molto stimato. Forse la simpatia, la popolarità. Non a caso gli fu preferito Rutelli. Temo che per Tremonti sia la stessa cosa: bravo, intelligente, colto. Ma non simpatico».


Di Rutelli che sarà?
«Dipende da come finisce la lotteria delle primarie, che in realtà saranno un congresso democristiano, un gioco delle tessere. Rutelli avrà spazio solo se l'asse tra le truppe di Bettini e quelle di Fioroni non prenderà tutto».


E D'Alema?
«D'Alema è in mano a voi. Si trova a un punto cruciale della carriera e della vita. È uno che ha preso una botta in testa, che ha fatto o farà mezzo passo indietro, e non vuole altro che scorra il tempo, senza essere coinvolto in fatti politici. Ma se qualche giornale, o qualche giudice, dovesse riproporre la questione Unipol, D'Alema sarebbe in grave difficoltà. È apparso debole, fragile. In tv l'ho visto difendersi con una faccia livida che non è la sua. Ha bisogno che gli lascino, che gli lasciate tempo per riprendere la sua forza psichica, la sua faccia di padroneggiamento ».


La situazione è così grave?
«Forse no. A meno che emergano notizie clamorose: tipo la reale destinazione dei 50 milioni di euro espatriati da Consorte e Sposetti. Ma quelli fanno i Greganti e stanno zitti. Il vero errore di D'Alema e Fassino è stato non richiamarli all'ordine, come avevano fatto Napolitano e Chiaromonte, mandati a Bologna dal partito a fermare Galletti, il presidente della Lega cooperative, che voleva trasformare in una holding industriale comprando aziende siderurgiche. Era un uomo molto intelligente, andava in bici con Prodi. Si dimise. Poco dopo morì d'infarto ».


E Fassino?
«Farà meno fatica di D'Alema, anche perché è meno coinvolto. Ripartirà dal basso, da Torino. Piero è un fondista. Se non ci fosse stato lui non ci sarebbe il partito democratico; e questo non glielo perdonerò mai».


Alle primarie ci saranno altri candidati: Bindi e Letta.
«Due mondi democristiani, due personalità così diverse che sembrano studiate apposta per una disputa elettorale di profilo basso, appunto congressuale. Lui, tecnocrate, silenzioso, andreattiano, molto Arel. Lei, esternalizzata, aggressiva. Ognuno rappresenta un frammento di identità, una piccola appartenenza. Mi dà solo dieci righe da sociologo? ».


Prego.
«Le primarie non smentiscono ma confermano la fine dei tre grandi meccanismi di condensazione. Assistiamo alla fine della rappresentanza: non è in crisi solo il Parlamento ma anche sindacati e associazioni di categorie, dalla Confartigianato alla Coldiretti. Alla fine delle identità, ridotte a brandelli: cosa resta dell'identità socialista? E di quella popolare? Un comunista oggi dovrebbe ritrovarsi in Bertinotti, o in Diliberto, o in Mussi, o in Angius, o ancora in D'Alema? I missini dovrebbero appoggiarsi a Storace? Poi c'è la fine delle appartenenze, con alcune eccezioni. Resistono l'appartenenza massonica, intesa non come il Grande Oriente, ma come cordate e carriere. Quella localistica. Quella corporativa. E quella cattolico-ecclesiale, la sola non particolarista ma globale ».


Non le sembra però che alla Chiesa italiana manchi Ruini? Che cosa pensa del suo successore, Bagnasco?
«Un grande personaggio come Ruini era destinato a lasciare un vuoto. Bagnasco personaggio non era, e l'hanno scelto proprio perché non volevano un altro uomo forte; altrimenti capo dei vescovi sarebbe diventato Scola. Si è adottata una logica policentrica, che è la più pericolosa. Sul caso di don Gelmini e dei preti torinesi accusati di pedofilia, Ruini non sarebbe rimasto in silenzio. Ma è una logica inevitabile, con un Papa che scrive libri e dà l'idea di aver deciso di non comandare. Anche se Bertone avrebbe la tentazione di farlo...».


Ratzinger non vuole comandare?
«Ratzinger si muove nella dimensione di ritmi lunghi. Nei primi due anni di pontificato ha scritto cose bellissime, come la prima parte della prima enciclica, di straordinaria intelligenza e spiritualmente emozionante. Però, pur essendo uomo di Curia, la Curia non gli interessa. Non ha una concezione piramidale del potere, a differenza di Wojtyla il cui pontificato fu una cavalcata personale nel mondo. Ratzinger non imponeva le sue idee neppure da prefetto della fede. Da Papa, ha scritto un libro su Gesù e l'ha affidato alla critica; infatti alcuni l'hanno trovato bello e altri brutto. La Chiesa non crede più alla verticalizzazione del potere. Gli ultimi a crederci sono rimasti i politici. Che alla fine non combinano niente».



Aldo Cazzullo (Corriere della Sera)