La linea di Berlusconi. Al centrosinistra che dice “dialogo dopo la vittoria del NO”, Berlusconi risponde con “dialogo dopo la vittoria del SI”. E spiega: “Dopo il SI siamo disposti a sederci attorno a un tavolo con la sinistra per raccogliere i loro suggerimenti migliorativi perché noi siamo persone aperte”. Tuttavia ha dato una impostazione più largamente politica che risulta centrata sui alcuni punti:- “Prodi è un leader debolissimo e patetico”- “Nessun italiano può sentirsi degno di essere tale se domenica non voterà SI alla riforma costituzionale”- Impossibile dopo il voto aprire un dialogo con una maggioranza che “ha occupato militarmente ogni istituzione”- “Le irregolarità riscontrate non hanno altra spiegazione se non con brogli elettorali, si ricontino le schede”- “I primi dati emersi dal lavoro delle giunte della Camera che stanno ricontando i voti espressi dagli elettori alle elezioni politiche fanno gridare allo scandalo. Il calo delle schede bianche è infatti del 60% con punte in Campania del 75% in meno e in Calabria dell'86% in meno”- “Se riusciremo a scuotere la gran massa dei nostri elettori noi riporteremo non soltanto un risultato ottimo per il nostro futuro, ma significheremo alla sinistra che non sono i padroni del Paese”- “Noi ribadiamo di contestare duramente il risultato delle elezioni politiche soprattutto in forza del fatto che le schede bianche alla Camera sono risultate 40.000 in meno rispetto al Senato, eppure alla Camera avevano diritto a votare più persone. Questa è la manifestazione evidente dei brogli elettorali”- “Stiamo cercando di spiegare i contenuti della riforma agli italiani, ma non è facile. In questi giorni c'è un gran clamore: ci sono i campionati mondiali di calcio e sembra che la sinistra, col solito tempismo, si sia scatenata con vicende che riempiono le pagine dei giornali e distraggono gli italiani”- “Da questa sinistra non sono mai arrivate proposte.”Da queste frasi si deduce che Berlusconi non ha intenzione di prendere in considerazione scenari complicati. Punta alla vittoria del SI al referendum e contesta il risultato del voto alle elezioni nazionali.E’ una linea dura che mette in difficoltà la sinistra, ma è soprattutto una linea chiara. Berlusconi denunzia un Governo che “non governa da due mesi” a causa delle divisioni interne della maggioranza.Se vincesse il SI, la maggioranza andrebbe incontro a grosse difficoltà. Se vincesse il NO, Prodi avrebbe una boccata di ossigeno.E’ probabile che questa linea dura sia pagante. Noi siamo con lui.
I loro Stati furono invasi ed occupati per lunghi anni, la loro indipendenza soppressa, le libertà dei cittadini abolite. Gli stessi cittadini a migliaia furono arrestati e deportati, le famiglie divise, gli uomini mandati in campo di concentramento e spesso fucilati. Le donne con i bambini furono costrette per settimane a marciare verso remote contrade straniere e abbandonate al loro destino, non raramente un destino di morte per malattia e per fame.Oggi, restituiti alla libertà, i cittadini di quei Paesi non possono non rievocare con orrore e dolore quel periodo della loro storia, in cui si commisero contro di loro delitti, che sono stati definiti crimini contro l'umanità e che furono un vero genocidio. Essi sono ora membri dell'Unione Europea, nel cui Parlamento a Strasburgo i loro rappresentanti legittimamente siedono e non meno legittimamente hanno chiesto che venisse apposta una targa in ricordo del loro martirio; ma il gruppo dei socialisti si è opposto fermamente sostenendo che «accettare la loro richiesta porterebbe ad una proliferazione di targhe rievocative», il che - hanno aggiunto - non sarebbe né opportuno né saggio.Come si spiega questa presa di posizione? Non si è sempre affermato che esiste un dovere della memoria, specie per ciò che riguarda i crimini del Novecento? Non è stato ripetuto sino alla nausea che «chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo»? O bisogna credere che nel Parlamento europeo e nel gruppo socialista in particolare si siano annidati pericolosi «revisionisti» che riescono a condizionare tutti i loro colleghi? O addirittura che il virus del negazionismo ha ormai infettato i membri di quell'eletto congresso? Nulla di tutto ciò.La spiegazione sta solo nel fatto che a chiedere quella targa sono stati i parlamentari dei tre Stati baltici occupati ed annessi all'Unione Sovietica nel 1940 in base all'accordo concluso l'anno precedente dal duo Ribbentrop-Molotov. Certo se la violazione della loro sovranità e la persecuzione delle loro popolazioni fossero state compiute dallo Stato rappresentato dal primo dei due soci, se le deportazioni avessero portato quei cittadini nei lager tedeschi e le morti per fame e malattia fossero state opera della Germania non ci sarebbe stata alcuna obiezione all'apposizione della targa ad eterna memoria ed infamia del nazionalsocialismo; ma quel crimine contro l'umanità fu perpetrato dall'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la condanna chiesta da Lituania, Lettonia ed Estonia dovrebbe quindi colpire il comunismo.Com'è noto, tuttavia, le belle giaculatorie sulla necessità di ricordare, l'indignazione per le violazioni dei diritti umani - primi tra tutti quello alla vita ed alla libertà - non valgono più quando si tratta del comunismo. È questa in realtà la vera ragione dell'avversione dei socialisti. La targa posta accanto ad altre lapidi relative alla barbarie nazionalsocialista avrebbe posto nazismo e comunismo sullo stesso piano, e ciò è severamente proibito dal linguaggio e dal pensiero politicamente corretti. C'è solo da chiedersi come mai in prima linea ad opporsi alla targa vi siano i socialisti. La spiegazione è duplice. Anzitutto il loro gruppo è pieno di ex-comunisti che, pur dicendo di essere ormai lontani dalla loro storia vergognosa, non vogliono né rinnegarla né che altri la rievochino.Quanto ai socialisti «veraci», le ragioni del loro comportamento sono più sottili. Nel secondo dopoguerra essi furono tra le prime vittime dei regimi comunisti, che spesso li diffamarono come «manutengoli e spie degli imperialisti». I loro partiti furono «annessi» con la violenza a quelli comunisti, quando non furono semplicemente soppressi con l'aiuto dell'Armata Rossa. Eppure già allora molti socialisti (compresi tanti italiani) soffrivano della sindrome di Stoccolma, che li spingeva ad amare i loro aguzzini. Evidentemente è una malattia dalla quale ancor oggi non riescono a guarire.Alberto Indelicato - il Giornale 23/06/2006
Francesco Rutelli riempie con le sue risposte un'intera pagina di Repubblica e il succo del messaggio è espresso in un titolo che dice: “Vinciamo il referendum, poi tagliamo i parlamentari”. L'unico argomento che viene offerto è quello del numero dei deputati e dei senatori. Anni di sdegno contro lo slogan “Roma ladrona” – Roma intesa come sede delle istituzioni statali e della burocrazia – svaniscono d'incanto. La campagna per il “no” del vice premier, che è anche il leader dei moderati dell'Unione, si riduce all'eterna battuta da bar, da sempre simbolo dell'antipolitica. Anzi, si aggiunge che, se dovesse decidere la sinistra, il Parlamento diventerebbe un'assemblea rarefatta, semivuota. È un episodio clamoroso di inseguimento di una delle scelte compiute dalla Casa delle libertà nell'ampia riforma costituzionale su cui si deve votare domenica e lunedì.Passano poche ore e Vincenzo Visco afferma in modo categorico che “il governo non intende inasprire il prelievo tributario” e che “anzi il nostro obiettivo è ridurlo”. Una vera sorpresa. La polemica più cara alla sinistra è stata quella sulle tasse, sulla demagogia di chi – naturalmente Berlusconi – pensa che sia giusto ed utile abbassarle. Veniamo da una lunga stagione di proclami con cui si annunciava la necessità morale di colpire le rendite finanziarie, nel nome della giustizia sociale e della solidarietà, quando non dell'adeguamento ai parametri europei in materia di fisco. Ora è tutto dimenticato. Perfino il deciso vice-ministro dell'Economia si mette ad inseguire un'altra delle scelte più importanti della Casa delle libertà, nei suoi cinque anni di governo.Poche ore ancora e questa volta è Romano Prodi in persona a dire a Loyola De Palacio, giunta a Roma per capire se il “corridoio 5” dell'Alta velocità si realizzerà o no, che il suo governo considera “l'opera come una priorità”, se non altro per non rinunciare agli ingenti finanziamenti comunitari previsti tra il 2007 e il 2013. Anche in questo caso si era detto e ripetuto che erano possibili altre soluzioni, che la Casa delle libertà era responsabile della rivolta della Val di Susa, che l'europeismo non c'entra nulla con i treni e, invece, giunti al dunque si afferma – lo fa anche Di Pietro – che si vuole andare avanti.Non siamo ingenui. Tutto questo non significa affatto che se al referendum prevarranno i “no” si aprirà la strada per una riforma bipartisan, che preveda anche la riduzione del numero dei parlamentari a cui Rutelli ora tiene tanto. Oppure che, con la manovra correttiva e con la finanziaria del 2007, l'Unione non aumenterà la pressione tributaria per prelevare risorse in alcune zone della società e distribuirle in altre. E neppure che il 4 luglio prossimo – ne ha parlato Di Pietro – sarà presa una decisione destinata ad “accorciare i tempi” della Tav. Tutto questo significa un'altra cosa. Significa che la sinistra è andata al governo dichiarando di voler cambiare tutto, di voler abrogare i cinque anni trascorsi, ma che però non ha idee, non ha un'alternativa e, quando dice di averla, non si capisce bene di cosa si tratta o, se si capisce, esplodono solo conflitti fra gli alleati. Significa poi che la sinistra non ha una sua cultura, visto che è costretta sempre più ad attingere a quella che ha definito la “non cultura” del centro-destra. Significa, infine, che ha una politica debole e questo è un fattore di pericolo per la stabilità italiana. Già lo vediamo con gli ampi spazi lasciati alle incursioni dei “poteri supplenti”, a cominciare dalle Procure.di Renzo Foa -Corriere della Sera, 22 giu 2006
Siccome una vittoria del No può arrestare il consolidamento del bipolarismo e dimezzare il numero degli italiani che si riconoscono nella Carta del 1948, il professor Angelo Panebianco voterà Sì al referendum sulla riforma costituzionale del centrodestra. Lui ha già spiegato le ragioni della propria scelta sul Corriere della Sera, quotidiano di cui è editorialista. Insieme con alcuni costituzionalisti, ha pure firmato un appello che illustra la necessità di rafforzare il ruolo dell’esecutivo, superare il bicameralismo indifferenziato e mettere a punto il rapporto tra stato e regioni. Interpellato dal Foglio, Panebianco volge ora la riflessione sulla cultura politica e sulle ragioni di chi, a vario grado, nel fronte di centrosinistra, impegna le proprie forze affinché la riforma venga obliterata nelle urne. “Intanto c’è da distinguere tra due posizioni – esordisce – la prima è rappresentata da costituzionalisti come Augusto Barbera e Stefano Ceccanti i quali, profondamente insoddisfatti dell’attuale Costituzione, voteranno No perché non condividono le soluzioni contenute nella riforma dell’ex maggioranza. Le loro sono obiezioni di carattere tecnico”. Sono una parte minoritaria di coloro che votano No, “ma lo fanno da un punto di vista dialogante, attento agli aspetti di merito”. Agli occhi del politologo Panebianco la parte “più interessante del fronte sono gli organizzatori del referendum: rappresentano il mainstream ed esprimono gli argomenti più emblematici”. Se andiamo a vedere questi argomenti – suggerisce Panebianco – “scopriamo che solo marginalmente toccano gli aspetti tecnici della questione, perché su questi prevale l’attacco ideologico”. Un attacco che si concentra quasi interamente sul premierato. “E’ qui che si manifesta la grande divisione politica e culturale”. Il rafforzamento del premier viene tacciato di autoritarismo. “Viene raffigurato come un meccanismo eversivo che riduce drasticamente il ruolo del Parlamento e viola i principi fondamentali della Costituzione. Il ragionamento dei fautori del No è il seguente: il centrodestra modifica, sì, soltanto la seconda parte del testo costituzionale ma in questo modo colpisce al cuore anche la prima parte e perciò la Carta nel suo insieme”. Per Panebianco l’accusa di eversione nasce da due cause di fondo. “Una è la difesa di un modello che prevede un governo debole rispetto al Parlamento. Un modello che viene da lontano nella tradizione italiana, dallo Statuto albertino alla Carta del 1948, si fonda sull’idea che un primo ministro forte sia assimilabile alla figura del dittatore e pretende che le mediazioni politiche vengano realizzate solo in Parlamento”.L’effetto delegittimanteL’altra fonte storica del dissenso referendario più radicale e allarmista “è nell’idea dominante fra i cattolici di sinistra, ma in parte nei Ds, secondo la quale sostanzialmente la Costituzione possa essere riformata solo da loro. Perché loro si considerano unici eredi dei costituenti e chiunque altro osi mettere mano alla Carta viene giudicato un estraneo che s’intromette in un territorio non di sua competenza. In sintesi si può definire una concezione proprietaria della Costituzione. La Costituzione l’abbiamo fatta noi, ovvero i padri dei quali siamo eredi, quindi solo noi siamo in grado di dire ciò che è legittimo o illegittimo riformare senza violarne i principi fondamentali”. Ecco il motivo invalicabile per il quale una vittoria del No renderebbe impossibile un percorso di riforme costituzionali condiviso: “Accusare di eversione gli autori del progetto di riforma, negare loro un diritto d’intervento, significa contraddire nei fatti ciò che si afferma a parole. Perché gli eversori sono per definizione infrequentabili. Non posso accusarti d’essere un traditore dei principi costituzionali e il giorno dopo chiederti di sederti con me per riformare la Costituzione”. C’è un altro elemento decisivo da illuminare in conclusione: “Una volta stabilito questo, si rischia un effetto delegittimante nei riguardi della Carta. Perché se gli ‘eversori’ sono i rappresentanti di una bella fetta d’Italia, e nel caso della Cdl possiamo parlare della metà, con la vittoria del No la vecchia Costituzione rimane rappresentativa soltanto per la seconda metà del paese”. “Operazione pericolosa”, dice Panebianco, alla quale alcuni dirigenti diessini si piegano con poca motivazione – “D’Alema era un sostenitore del premierato” – ma a cui si dedica convinta “l’ala marciante dei dc di sinistra che considerano la Cdl un’usurpatrice della centralità democristiana. E che si oppongono al superamento della Costituente del ’48 perché in questo identificano il presupposto per la nascita di un normale centrosinistra e un normale centrodestra”.il Foglio, 22 giu 2006